— No, per meno di una settimana di lavoro. Volete darmi, per favore, quel libro di conti rilegato in grigio ch’è all’altro capo della tavola?

Egli l’aprì, ne sfogliò rapidamente le pagine. — Sì, ho ragione: quattro giorni per «L’appello delle campane», e due giorni per il «Turbine»; cioè duecentoventicinque lire la settimana, novecento lire al mese. Nessun impiego mi darebbe tanto. E, d’altra parte, questi sono gl’inizi. Cinquemila lire al mese non sono troppe per comprarvi tutto ciò che voglio che voi abbiate. Mi occorre non meno di tanto. Aspettate un po’ che avvii il lavoro, e poi vedrete che andrà a gonfie vele!

Ruth non capì lo scherzo e tornò alla faccenda delle sigarette.

— Voi fumate molto più del lecito, e la qualità del tabacco non può influire gran che; è il fumare per se stesso che non è molto simpatico. Voi siete una ciminiera, un vulcano ambulante, una stufa mobile, una vera desolazione, Martin caro. Non ve ne accorgete?

Lei si chinò su di lui, supplichevole, e alla vista di quel viso delicato e di quegli occhioni timidi, egli fu colpito dalla propria indegnità.

— Vorrei tanto che non fumaste più! — mormorò lei. — Ve ne prego, fatelo... per amor mio!

— Bene! è stabilito! — esclamò lui, — Farò tutto ciò che vorrete, tutto, voi lo sapete bene!

Una gran tentazione la colse: ebbe voglia di pregarlo di rinunziare a scrivere. Durante il breve silenzio che seguì, le parole irreparabili le tremarono sulle labbra, ma le mancò il coraggio; così che, china su di lui, gli mormorò semplicemente:

— Sapete, in realtà, non lo dico per me, Martin, ma pel vostro interesse. Sono sicura che il fumo vi fa male, e d’altra parte non bisogna essere schiavi di nulla, e tanto meno d’una brutta droga!

— Io voglio essere soltanto il vostro schiavo, per sempre, — fece lui sorridendo.