— Ma non avete nulla da mangiare, povero caro! — esclamò lei, con tenera pietà. — Voi dovete morir di fame!

— Io metto le mie provviste nella dispensa di Maria, — disse lui mentendo. — Si conservano meglio. Non c’è pericolo che muoia di fame. Guardate!

Essa era ritornata presso di lui, e gli vide contrarre i bicipiti, irrigidire i muscoli enormi, duri come ferro. Questa vista la disgustò; cerebralmente, lei aveva orrore di ciò. Ma il suo istinto, i suoi nervi, tutta la sua femminilità erano innamorati di tutto ciò, ne avevano un irresistibile bisogno, e, come sempre, lei si chinò e cedette alla sua stretta; così, quasi schiacciata da quella stretta, il cervello le si ribellava e dibatteva, e il cuore, i sensi, esultavano, trionfavano. In quei momenti lei sentiva profondo amore per Martin, giacchè il godimento che lei provava sentendo quelle braccia potenti stringerla disperatamente sino a farle male, la faceva quasi svenire. In quei momenti lei si sentiva quasi giustificata nel tradimento dei suoi pregiudizî, del suo ideale, della tacita disobbedienza ai suoi genitori che disapprovavano quel matrimonio e che erano urtati da quell’amore. Però, lontana dalla presenza di lui, ridivenuta fredda e padrona di sè, anche lei ne rimaneva urtata. Quando erano assieme lei lo amava, d’un amore talvolta eccitato, è vero, ma più forte della sua volontà.

— Questa grippe è cosa da nulla! — disse lui. — Cosa noiosa: si sente molto male al capo; ma non è nulla al confronto della febbre reumatica.

— Anche voi l’avete avuta? — disse lei distrattamente, assorta nella giustificazione preziosa del godimento che provava standogli fra le braccia.

Egli proseguì, senza che lei badasse molto alle parole, quando a un tratto una parola la fece sussultare; egli aveva preso quel male in una colonia di segregazione formata da trenta lebbrosi che vivevano su una delle isole Hawai.

— Ma perchè ci siete andato? — domandò Ruth, alla quale sembrava delittuosa una leggerezza simile.

— Perchè non ne sapevo nulla, — rispose Martin. — Io non pensavo neanche lontanamente ai lebbrosi. Quand’ebbi disertato dallo schooner, accostai e mi diressi nell’interno in cerca di un luogo sicuro. Per tre giorni mi nutrii di guavas, pere d’oliva e di banane che nascevano abbondantemente nella jungla. Il quarto giorno, trovai una traccia, una semplice traccia di pedoni, che conduceva verso l’interno, e la seguii. Essa era improntata da orme recenti; in certi punti non aveva più di tre piedi di larghezza, lungo una cresta era sottile come una lama di rasoio, fiancheggiata da precipizi di cui non si vedeva il fondo. Un buon posto per un agguato! Colà un uomo solo provvisto di munizioni poteva tener testa a diecimila. D’altra parte non c’era altra strada. Dopo tre ore di cammino, trovai il nascondiglio: una piccola valle nel cavo della montagna, una specie di buca tra picchi di lava, con una costruzione di piani a terrazze sovrapposte. Degli alberi fruttiferi vi crescevano, e c’erano otto o dieci capanne rudimentali; ma appena vidi gli abitanti capii subito di che si trattava: bastò uno sguardo solo.

— Che avete fatto? — domandò Ruth, ansante.

— Non c’era nulla da fare. Il loro capo era un buon vecchione già decomposto, ma d’un’autorità indiscussa. Egli aveva scoperto quella vallata e fondato quella colonia, assolutamente fuori legge; ma aveva fucili, e molti proiettili, e quei selvaggi, allenati a cacciare le belve e i cinghiali, erano infallibili tiratori. No, — disse Martin Eden, — non potevo sfuggire in alcun modo; e vi rimasi tre mesi.