Io vi ricordo che parlo secondo fatti biologici, e non secondo l’etica sentimentale. Nessun governo di schiavi può esistere.
— E che dite degli Stati Uniti? — urlò una voce tra gli ascoltatori.
— Degli Stati Uniti — rispose Martin. — Ascoltate! Le tredici colonie si sbarazzarono un giorno dei loro capi e formarono una sedicente repubblica; e i servi diventarono loro capi. Ma poichè non potevano non obbedire, una nuova specie di padroni sorse, formata non già da uomini grandi, virili, nobili, ma da mercanti astuti e pieni di cautele, da usurai avidi. Ed essi ridussero nuovamente a schiavitù non già francamente, come avrebbero fatto dei veri uomini, con la potenza del loro braccio e del loro reale valore, ma ipocritamente, mediante losche macchinazioni, basse moine e menzogne sfrontate. Essi hanno comperato i vostri giudici, corrotto la magistratura, e ridotto a orrori peggiori della schiavitù i vostri figliuoli: due milioni di fanciulli penano, ora come ora, in questa oligarchia commerciale che sono gli Stati Uniti; due milioni di schiavi a malapena nutriti, a malapena ricoverati! Ma ritorno all’argomento. Ho dimostrato che non può esistere nessuna società di schiavi, perchè, per sua stessa natura, essa annulla la legge dello sviluppo. Se un organismo di tal genere dovesse sorgere, esso conterrebbe subito in sè il germe della propria dissoluzione. Vi è facile parlare d’annullare questa legge dell’evoluzione, ma ne conoscete un’altra che manterrà la vostra forza? Se ne conoscete una, ditelo.
Martin si rimise a sedere, fra un tumulto indescrivibile. Una ventina di persone, in piedi, chiedevano tutte la parola, con grandi urla. A uno a uno, incoraggiati dai richiami e dagli applausi, quegli uomini risposero all’attacco di Martin, fragorosamente, con un gran gesticolare. Fu una notte epica, ma tutta di combattimenti intellettuali, di lotta per le idee! Quasi tutti si rivolsero direttamente a Martin, alcuni troppo sinceri per poter essere cortesi, cosicchè più d’una volta il presidente dovette picchiare sul tavolo e richiamare all’ordine.
Intanto, si trovava tra la folla un giovane reporter in cerca d’argomenti sensazionali. Non era certo un gran reporter; egli non possedeva altro che una certa facilità e un certo brio. La discussione era un po’ ardua per lui, sebbene egli si confortasse pensando di essere infinitamente superiore a tutti quei chiacchieroni fanatici. Egli aveva anche un enorme rispetto per i grandi idoli, per coloro che dirigono la polizia delle nazioni e dispongono della stampa. Infine, egli aveva un ideale: quello di riuscire ad essere un perfetto reporter, il reporter tipo, colui che, d’un piccolo episodio di cronaca, è capace di fare una catastrofe sensazionale.
Ignorava completamente di che si trattasse, e d’altra parte non era necessario che lo sapesse. A simiglianza del paleontologo che ricostruisce tutto uno scheletro con un osso di fossile, egli era capace di ricostruire tutto un discorso su questa sola parola «Rivoluzione». E così fece quella sera, molto bene, però; e poichè Martin aveva fatto chiasso, egli attribuì a lui i discorsi di tutti gli oratori e ne fece l’arcianarchico di tutta la riunione, trasformando l’individualismo reazionario di lui in socialismo ad oltranza, del rosso più acceso. Il giovane reporter era un artista; egli fece un ampio quadro, con gran cura del color locale, di quei degenerati nevrastenici, dai lunghi capelli, dagli occhi selvaggi, che tendevano i pugni stretti, urlavano le loro rivendicazioni con occhi d’arrabbiati, tra urli, ingiurie e i rochi brontolii di una folla furiosa.
CAPITOLO XXXVIII.
La mattina dopo, nella sua cameretta, Martin lesse il giornale, bevendo il caffè, e si trovò bene in vista in prima pagina e fu molto sorpreso nel leggere ch’egli era il leader più noto dei socialisti d’Oakland. Scorrendo il discorso violento che il giovane reporter gli aveva attribuito, prima s’infuriò e poi buttò via il giornale e ne rise.
— O quell’uomo era ubriaco, o è un simpatico burlone, — dichiarò egli il pomeriggio, appollaiato sul letto, quando Brissenden, appena entrato, si lasciò andare sull’unica sedia.
— E che importa? — disse Brissenden. — Penso che l’approvazione dei lerci borghesi che leggono quel giornale debba importarvi poco, no?