Fine — scrisse in lettere maiuscole, e davvero quella parola aveva un significato profondo per lui. Egli vide sparire l’impiegato che portava con sè la macchina, con un senso di liberazione; poi si stese sul letto. La testa gli girava, dalla fame. Da trentasei ore, infatti, non mangiava, ma egli non pensava neppure a questo: disteso sul dorso, con gli occhi chiusi, non pensava a nulla, invaso da un torpore che cresceva, tra incubo e delirio. Si mise a recitare ad alta voce i versi d’un poeta anonimo, che Brissenden recitava con piacere. Maria, che l’ascoltava in ansia, dietro la porta, fu colpita dal tono monotono di quella specie di litania, di cui non comprese il senso.

«È finita» era il titolo del poema.

È finita,

ora taci, o lïuto.

Canzoni e canti del tempo perduto,

canzoni e canti

son passati come ombre vaganti

fra trifogli di vivo incarnato.

È finita,

ora taci, o lïuto.