Martin fece segno di no.
— Ma i giornali non hanno parlato d’altro!... Lo hanno trovato morto nel letto; s’è sparato un colpo di rivoltella nella testa.
— Lo hanno seppellito già? — domandò Martin, con una voce strana, che non gli parve la sua.
— No, dopo le indagini, il corpo è stato mandato nell’est. Se ne sono occupati gli uomini d’affari della famiglia.
— Hanno fatto alla svelta, mi sembra.
— Le pare? È successo cinque giorni fa.
— Cinque giorni fa?
— Sì, cinque giorni.
— Ah! — disse Martin, e, fatto mezzo giro, uscì. Si fermò nel prossimo ufficio telegrafico, per mandare un telegramma al Partenone, pregandolo di pubblicare il poema. Poichè aveva in tasca solo sei soldi, mandò il telegramma con porto assegnato. Ritornato a casa, si rimise al lavoro. Passavano i giorni, passavano le notti senza ch’egli abbandonasse il tavolino. Usciva solo per andare al Monte di Pietà, mangiava quando aveva fame, e roba da mangiare, e quando non aveva nulla, rinunziava. L’opera era composta, capitolo per capitolo, ma egli vi aggiunse una prefazione di duemila parole, che la rese più potente. Non era spinto dalla voglia di fare cosa perfetta, ma costretto in certo qual modo dal suo senso artistico. Lavorava come in sogno, stranamente distaccato da tutto ciò che lo circondava, come un fantasma trattenuto da una specie d’incanto sui luoghi della sua vita anteriore. Un fantasma è l’anima d’un morto che non sa d’essere morto, — gli avevano detto un giorno, ed egli si domandava se non fosse morto, per caso, senz’accorgersene.
Finalmente «Troppo tardi» fu compiuto. Il commerciante di macchine da scrivere ero venuto a riprendersi la macchina, e sedeva sul letto, mentre Martin, sull’unica sedia, copiava le ultime pagine del manoscritto.