— Dopo tutto quanto è successo? — diss’ella con voce fioca. — Martin, non sapete ciò che dite; io non ho un animo volgare.
— Vedete dunque che lei non vuol saperne di voi, — lanciò Norman, trascinando via sua sorella.
Martin si scostò per lasciarli passare, e con gesto inconscio si frugò in tasca per cercarvi tabacco e carta da sigarette, che non c’erano. Ritornò a casa come un sonnambulo, sedette sulla sponda del letto e girò attorno uno sguardo vago. Poi, scorto ch’ebbe «Troppo tardi» sparso sulla tavola, sedette e prese la penna. Per istinto, egli non poteva tollerare una cosa incompiuta, e quel lavoro era incompiuto. Finito oramai l’essenziale della sua vita, egli si rimetteva al lavoro, per portarlo a termine. Dopo, si sarebbe visto il da fare. Egli non sapeva; sapeva soltanto di essere a un punto critico, a una svolta della sua vita, ch’egli stava per prendere al laccio, incerto della direzione.
L’avvenire ormai non l’interessava più; avrebbe visto in breve ciò che gli era riservato; ma la cosa non aveva alcuna importanza: nulla aveva più importanza, ormai.
Durante cinque giorni egli s’affaticò intorno a «Troppo tardi», non andando in nessun luogo, non vedendo nessuno, mangiando appena. Il sesto giorno, la mattina, il portalettere gli consegnò una lettera dell’editore del «Partenone». «Effimero» era accettato. «Abbiamo sottoposto il poema all’esame del signor Cartwright Bruce, — diceva l’editore, — che l’ha giudicato favorevolmente, con tanto calore, che non possiamo non accettarlo. Lo pubblicheremo dunque nel nostro numero di Agosto, essendo già composto quello di Luglio. Trasmettete i nostri ringraziamenti e l’espressione della nostra gratitudine al signor Brissenden, e mandateci, in cambio, la sua fotografia e biografia. Se il nostro compenso non gli dovesse sembrare sufficiente, telegrafateci subito la somma che vi sembra accettabile.»
Il compenso offerto era di milleottocento lire, cosicchè Martin giudicò che era inutile telegrafare; bisognava però ottenere il consenso di Brissenden. Ebbene! aveva avuto ragione, in fondo! C’era almeno un’editore di rivista illustrata che s’intendeva di vera poesia. Ora, anche se «Effimero» era il poema del secolo, il prezzo offerto era magnifico. Quanto a Cartwright Bruce, Martin ricordò il solo critico pel quale Brissenden avesse un certo rispetto.
Martin scese in città col tranvai, e mentre guardava distrattamente le case e le vie che sfilavano oltre i vetri, si rammaricava di non sentire tutta la contentezza che avrebbe dovuto pel trionfo del suo amico e di quanto aveva previsto personalmente. Ma la fonte del suo entusiasmo sembrava inaridita, e l’impazienza di vedere Brissenden era più forte del piacere di portargli buone notizie. Durante i cinque giorni di lavoro dedicati a «Troppo tardi», non aveva udito parlare di Brissenden e non aveva neppure pensato a lui. Per la prima volta Martin s’accorse come si fosse assorto, e si vergognò d’aver dimenticato il suo amico. Ma persino la sua vergogna mancava di fervore; egli viveva in una specie d’aura ipnotica, insensibile a tutto ciò che non fosse «Troppo tardi». In quello stesso tranvai, tutto ciò che lo circondava sembrava irreale, lontano: al punto che se la grande cupola della chiesa che il tranvai oltrepassava gli fosse caduta a pezzi sulla testa, egli ne avrebbe risentito una lieve emozione.
Giunto all’albergo, egli corse alla camera di Brissenden, ma ne ridiscese di corsa; la camera era vuota, senza traccia di bauli.
— Il signor Brissenden, non ha lasciato l’indirizzo? — domandò all’impiegato che lo guardava con curiosità.
— Come? non sa?