Appena ebbe sfogliato la rivista illustrata, ecco apparire «Effimero» adorno d’un magnifico «cappello» che lo precedeva e d’illustrazioni del genere di Beardsley, in margine. A un lato del «cappello» era la fotografia di Brissenden; dall’altro quella di Sir John Value, ambasciatore di Gran Bretagna. Precedeva una nota redazionale, nella quale era citata una frase di Sir John Value che dichiarava come non vi fossero poeti in America; la pubblicazione di «Effimero» era quindi una risposta alla bolla di Sir John Value! Cartwright vi appariva come il più grande critico d’America, e veniva citato il brano dove egli aveva dichiarato che «Effimero» era il più grande poema che fosse stato mai scritto in America. La prefazione della redazione finiva così: «Noi non abbiamo potuto ancora valutare «Effimero» come merita; forse non sarà mai possibile. Ma l’abbiamo riletto più volte, ammirandone le idee e la forma meravigliosa.» Seguiva il poema.
— Briss, vecchio mio, avete fatto bene a morire. — mormorò Martin lasciando cadere la rivista illustrata. La volgarità, la banalità, che ne sprigionavano erano scoraggianti, ma nel suo stato di apatìa, egli osservò come il suo disgusto fosse superficiale. Avrebbe voluto adirarsi, ma non poteva, non se ne sentiva la forza: come un fiume gelato, il suo sangue non riusciva a spezzare il ghiaccio che pesava sulla sua indignazione interiore. In fondo, che cosa importava tutto ciò? era bene intonato alla società borghese che Brissenden odiava tanto.
— Povero Bris! — prosegui Martin: — non me lo avrebbe mai perdonato. — S’alzò con uno sforzo di volontà e aprì una scatola che usava un tempo per riporvi della carta da scrivere a macchina. Ne trasse fuori undici poemi che il suo amico aveva scritti e li lacerò in parecchi pezzi che gettò poi nel paniere. Egli compì questi gesti languidamente, poi, quand’ebbe finito, sedette sulla sponda del letto, e ricominciò a fissare il vuoto.
Non seppe quanto tempo rimanesse così. A un tratto, sullo schermo vago della mente, egli vide formarsi una lunga linea bianca, orizzontale, strana, che si precisò e divenne una catena di banchi di corallo, frustata dalle spumeggianti ondate del Pacifico. Poi, nella linea degli scogli, egli distinse una piroga. Indietro, un giovane dio di bronzo, dal perizoma scarlatto, remava, e la pagaia sgocciolante luceva al sole. Egli lo riconobbe: era Moti, il più giovane figlio di Toti, il gran capo; lì era Tahiti, e di là, da quella bianca linea di scogliere fioriva la dolce laguna; all’imboccatura del fiume era nascosta la capanna di fogliame del gran capo. Cadeva il crepuscolo: Moti rientrava dalla pesca. Egli attese il balzo dell’ondata che l’avrebbe portato al disopra dei banchi.
... Poi vide se stesso, seduto sul davanti della piroga, come aveva fatto tante volte un tempo, con la pagaia in mano, in attesa del grido breve di Moti, per immergerla violentemente nel gran muro d’acqua turchese, nel momento in cui s’innalzasse dietro di loro. L’acqua sibilava sotto la prua, con un getto di vapore, e ricadeva in pioggia attorno a loro. Un urto, un rombo, un sordo ruggito come di tuono, e la piroga ondeggiava sulla calma laguna turchina. Moti rideva, scuoteva le goccioline salate, dalle sue ciglia, e tutt’e due remavano insieme verso la spiaggia corallina. Attraverso le palme dei datteri, i muri di verzura di Toti si doravano al tramonto. La visione si spense, e davanti ai suoi occhi, ridiventati lucidi, apparve in mostra il disordine della sua misera cameretta. Invano, egli tentò d’evocare Tahiti: egli sapeva che c’erano delle canzoni fra i datteri e che le ragazze ballavano al lume della luna, ma non riusciva a vederle. Non vide altro che la tavola in disordine, il posto vuoto della macchina da scrivere e il vetro ingrassato. Con un gemito, chiuse gli occhi e s’addormentò!
CAPITOLO XL.
Dormì d’un sonno pesante tutta la notte; la mattina fu svegliato dal postino. Martin, stanco e senza slancio, diede uno sguardo indolente alle lettere. Una rivista illustrata, alla quale chiedeva da un anno il compenso che gli spettava, gli mandava 110 lire, ch’egli segnò sul libro dei suoi conti, senza alcuna gioia. Era passata la gioia febbrile dei primi chèques ricevuti; era finito il tempo delle grandi speranze. Ora, riceveva uno chèque di centodieci lire per mangiare, non altro. Con la stessa posta, un settimanale di New York gli mandava uno chèque di cinquanta lire, quale compenso di versi umoristici pubblicati parecchi mesi prima. Ebbe un’idea, che egli considerò con attenzione: poichè non sapeva che cosa avrebbe fatto, e non aveva desiderio di fare checchessia, e, d’altra parte bisognava vivere e pagare i numerosi debiti, non sarebbe stato un buon tentativo quello di affrancare tutto il mucchio di manoscritti accumulati sotto la tavola, mandandoli nuovamente in giro pel mondo? Ne avrebbero accettato forse uno o due... così avrebbe potuto vivere.
Dopo aver riscosso gli chèques alla Banca d’Oakland, comperò cinquanta lire di francobolli, poi pensò alla colazione; ma il pensiero di dover tornare a cucinarsi il pasto nella cameretta ingombra, gli ripugnava, sebbene così facesse una seria economia. Andò dunque al caffè del Foro, ordinò una colazione da dieci lire, diede due lire di mancia al cameriere e comperò un pacchetto di sigarette egiziane da lire due e cinquanta. Era quella la prima volta che fumava, dacchè Ruth lo aveva pregato di non farlo più. Ma, a che scopo, ora, rinunziare a quel piacere? con dieci soldi, evidentemente, avrebbe potuto comperare un pacchetto di Durham, e della carta da sigarette, in modo da fare quaranta sigarette; ma perchè poi? il danaro non era altro, per lui, che un mezzo per soddisfare un desiderio momentaneo. Senza bussola, senza remo, senza porto all’orizzonte, egli s’abbandonava alla deriva, senza lottare ulteriormente, giacchè lottare significa vivere, e vivere soffrire.
I giorni passavano; egli dormiva regolarmente otto ore ogni notte, e sebbene consumasse i pasti, in attesa di nuovi chèques, in trattorie giapponesi dove spendeva dieci soldi, pure, incominciava a rimetter carne e a riempire le guance infossate. Non s’estenuava più, ora, privandosi di sonno e lavorando troppo; non scriveva più, non apriva un libro, girava molto per i campi, e vagabondava per ore e ore nei parchi tranquilli. Non aveva nè amici, nè conoscenti, e non cercava neppure di farsene, non pigliava gusto a nulla. Attendeva che un impulso nuovo, — di dove?... non sapeva nulla — gli riordinasse la vita. E i giorni passavano, vuoti, piatti, senza interesse.
Talvolta, egli sfogliava giornali e riviste, per vedere sino a qual punto «Effimero» fosse stato maltrattato. Era un successo, naturalmente; ma quale successo! Tutti leggevano il poema e tutti discutevano, per sapere se si trattasse o no di vera poesia. I giornali locali se ne erano impadroniti, e pubblicavano tutti i giorni colonne intere di dotte critiche e di lettere di lettori convintissimi.