Elena Della Delmar, proclamata, con l’aiuto d’una gran réclame e spinte, la più notevole poetessa degli Stati Uniti, rifiutava assolutamente a Brissenden un seggio in Parnaso, a lato a lei, e si sforzava di provare in tutti i giornali com’egli non avesse nulla del poeta.

Il numero seguente del Partenone conteneva abbondanti congratulazioni, fatte a se stesso pel movimento suscitato, faceva della ironia su Sir John Value e sfruttava la morte di Brissenden nel modo più sfacciato. Un giornale che aveva una tiratura di cinquecentomila copie pubblicò un poema inedito di Elena Della Delmar, nel quale lei scherzava su Brissenden; in un altro, lo parodiava.

Parecchie volte, Martin dovette riconoscere che il suo amico aveva fatto bene a morire. Egli odiava tanto la folla, ed ecco che tutto ciò ch’egli aveva di più sacro e di più alto in sè, diventava pasto della folla. Tutti i giorni la vivisezione della Bellezza continuava: persino gl’infimi scribacchini s’aggrappavano alla coda del Pegaso che portava Brissenden, per aver modo, così, di farsi distinguere davanti al pubblico.

Un giornale scriveva: «Riceviamo proprio ora la lettera di uno che scrisse un poema quasi simile — ma molto superiore — poco tempo fa». Un altro giornale, con imperturbabile serietà, biasimava la parodia della signorina Delmar, e aggiungeva:

«Evidentemente, la signorina Delmar ha scritto per celia, ma ha dimenticato il rispetto che un grande poeta deve sentire per un altro poeta, specialmente quando costui è forse più grande di tutti. Però, sia o non sia gelosa la signorina Delmar di colui che scrisse «Effimero», il certo è che non può non rimanere impressionata da questa opera, come tutti, e che verrà un giorno in cui, senza dubbio, lei si sforzerà di emularlo».

Dei pastori tuonavano dal pulpito contro l’Effimero; il solo che ne prese le difese fu espulso come eretico. Il gran poema fu anche una fonte enorme di allegria. I versaioli umoristici, i caricaturisti, se ne impadronirono e se lo godettero a piacere; esso fu fonte inesauribile di scherzi d’ogni genere. Così Charles Frenshan confidava ad Archia Jennings, col vincolo del segreto, che cinque righe dell’Effimero davano ad un uomo il ballo di San Vito, e che dopo dieci righe, al disgraziato non rimaneva altro che annegarsi.

Martin, nè rideva, nè digrignava i denti; era profondamente rattristato da tutto ciò. Rispetto alla caduta del suo ideale, di cui l’amore era la mèta radiosa, lo svanire delle sue illusioni circa i letterati e il pubblico era poca cosa, in verità. Brissenden aveva avuto ragione, mille volte ragione, ed egli, Martin, aveva perduto in un lavoro stupido, da forsennato, parecchi anni della sua giovinezza per scoprire a sua volta, che le riviste illustrate, le riviste letterarie, i giornali, non erano altro che bassa réclame, snobismo e vile traffico: ebbene, era finita! si diceva per consolarsi. Partito diritto per volare verso una stella, egli era naufragato in un pantano pestilenziale.

Sovente, gli si ripresentavano alla mente visioni di Tahiti, della chiara e dolce Tahiti, e anche di Paumotu, e delle montagnose Marchesi. Egli si vedeva spesso a bordo d’uno schooner mercantile o di un fragile trabaccolo che scivolava all’alba tra gli atolls cosparsi di ostriche perlifere, sino a Nuka-Hiva e al golfo di Taiohae.

Là, Tamari — lo sapeva — avrebbe ucciso un maiale per fargli onore, e le sue figlie dai capelli fioriti l’avrebbero preso per mano e, fra canti e risa, incoronato di fiori. I mari del Sud lo chiamavano, ed egli sapeva che un giorno o l’altro avrebbe risposto al richiamo. Intanto, egli girava a caso, si riposava, si stendeva, dopo un lungo viaggio nel paese della scienza. Quando il Partenone gli mandò lo chèque di milleottocento lire, egli lo rispedì al notaio della famiglia di Brissenden, e se ne fece dare ricevuta, poi firmò un biglietto di riconoscimento del prestito di 500 lire, che Brissenden gli aveva dato.

In breve, Martin cessò di frequentare le bettole giapponesi. Quando proprio stava per abbandonar la lotta, ecco che la fortuna gli si mostrava favorevole, — troppo tardi —. Senza il minimo fremito di piacere, egli aprì una busta mandatagli dal Millennio, ne trasse uno chèque di millecinquecento lire, e vide che si trattava de «L’avventura».