Quando i piedi ebbero toccato l’acqua, si lasciò andare. Il mare era simile a musco bianco; come un muro cupo punteggiato da lumi lucenti, il fianco della «Mariposa» scivolò lungo il corpo di lui, rapidamente. Certo essa sarebbe arrivata prima... Quasi senz’accorgersene, la nave lo sorpassò, ed egli nuotò mollemente nella schiuma crepitante. Un bonito, attratto dal corpo bianco, s’avvicinò e lo morse. Gli aveva tolto un pezzettino: allora il piccolo dolore che ne risentì gli fece ricordare perchè era là. L’azione glielo aveva fatto dimenticare. I lumi della «Mariposa» svanivano nella lontananza, ed egli era là, che nuotava tranquillamente come se avesse l’intenzione di approdare alla riva più prossima, a un migliaio di leghe circa.

L’istinto di conservazione si faceva ancora sentire; egli cessò di nuotare, ma appena sentì che l’acqua gli copriva le labbra, battè forte le mani per risalire a galla. — Il desiderio di vivere! — riflettè, beffandosi di se stesso. — Ebbene! egli aveva volontà, molta volontà di finirla, e, con un ultimo sforzo, di cessare d’essere.

Mutò posizione, si mise diritto; guardò le stelle, le stelle serene, e scacciò tutta l’aria dal petto; con una vigorosa spinta delle mani e dei piedi, sollevò il busto fuori dell’acqua per prendere lo slancio verso il profondo; poi si abbandonò e discese, immobile, come una statua bianca nei flutti. Aspirò l’acqua, profondamente, con tutte le sue forze, come un anestetico. Poichè soffocava, inconsciamente le braccia e le gambe s’aggrapparono all’acqua con violenza, ed egli risalì alla superficie, sotto il chiaro lume delle stelle.

— Il desiderio di vivere! — si disse con disprezzo, cercando invano d’impedire ai polmoni che scoppiavano di aspirar l’aria. Bisognava tentare di scendere giù, giù; poi s’immerse a capofitto nuotando con tutte le forze e con tutta la volontà, sempre più profondamente. Aveva gli occhi aperti e vedeva i boniti increspar l’acqua di frecce fosforescenti. Sperò che essi non lo assalissero, giacchè la tensione della sua volontà avrebbe potuto allentarsi; ma essi non s’occuparono di lui, ed egli ringraziò la vita, di quell’ultimo favore.

Seguitò a nuotare, sempre più giù, sempre più giù; le braccia e le gambe, come rotte dallo sforzo, oramai si movevano debolmente. Era giunto a una grande profondità, certamente; la pressione dell’acqua era dolorosa ai timpani, e la testa gli ronzava.

La sua resistenza era agli estremi: ma egli si sforzò di sprofondare più giù, sino al momento in cui la volontà lo abbandonò e l’aria gli sfuggì dal petto, con violenza. Come minuscole palline, piccole bolle, — le sue ultime riserve vitali, — scivolarono rimbalzandogli sulle guance e sugli occhi in un’ascesa che si perse verso la superficie. Poi sopravvennero le sofferenze e il soffocamento. Non era ancora la morte — come diss’egli a se stesso sfiorando il limite fra coscienza e incoscienza. — La morte non fa soffrire; era ancora la vita, quell’atroce sensazione di soffoco; era l’ultimo colpo che gl’infieriva la vita.

Le mani e i piedi, in un ultimo sussulto di volontà, incominciarono a battere, a graffiar l’acqua, debolmente, spasmodicamente. Ma ogni sforzo loro era inutile: per quanto tentassero, non avrebbero potuto mai farlo risalire a galla; era troppo giù, era troppo lontano. Ondeggiava languidamente, cullato da un fiotto di visioni dolcissime: colori delicatissimi, una radiosa luce lo avvolgevano, lo penetravano. Che cos’era? Sembrava un faro. Ma no; era nel suo cervello quell’abbagliante luce bianca. Essa luceva sempre più splendida.

Seguì un lungo rombo: gli parve di scivolare lungo una china infinita, e in fondo in fondo, sprofondò nel buio. Ebbe quest’ultima sensazione: seppe di sprofondare nel buio.

E nel momento stesso in cui lo seppe, cessò di saperlo.

FINE.