— Come si chiama? — domandò alla compagna indicando la ragazza bruna...
— Domandaglielo! — rispose lei.
— Dunque, come vi chiamate? — domandò egli, voltandosi alla ragazza.
— Voi non mi avete ancora detto il vostro nome, — ribattè quella.
— Non me l’avete chiesto, — fece lui sorridendo. — D’altra parte l’avete indovinato: mi chiamo proprio Bill.
— Là! Là! — E lei lo guardò negli occhi, mentre i suoi s’intenerivano. — È proprio vero?...
Lei seguitava a fissarlo; l’eterna femminilità luceva negli occhi eloquenti. Ed egli la scrutava, negligentemente, sapendo già che se egli si fosse mostrato aggressivo, lei si sarebbe messa in guardia, con riserbo e pudore a un tratto, ma pronta a invertire le parti s’egli avesse indietreggiato. Da uomo qual era, egli però ne sentiva l’attrattiva e nell’intimo apprezzava quella lusinghiera insistenza. Ah! come conosceva tutto ciò! sin troppo bene, dall’A alla Z... Lei era bella come una dea; sì, come una dea può essere in quell’ambiente, quando si lavora faticosamente, si è mal pagati e si disdegna di vendersi per vivere meglio, e si è ardentemente assetati d’un sorso di felicità per allietare la propria triste vita, e non si ha davanti a sè altra alternativa che una penosa eternità di lavoro o il cupo gorgo d’una miseria anche più terribile, ma che uccide presto ed è meglio pagata.
— Bill, — rispose egli scotendo il capo. — Ve l’assicuro: Bill o Pietro.
— Seriamente?
— Non si chiama affatto Bill, — interruppe l’altra.