Comperò libri di fisica e di chimica e, con l’aiuto dell’algebra, s’immerse in problemi e dimostrazioni. La sua intensa potenza d’immaginazione gli permetteva di comprendere le reazioni chimiche senza vederne fare la prova, più facilmente della media degli studenti che vanno al laboratorio. Martin proseguì da solo il cammino attraverso pesanti testi di scienza, entusiasmato dalle spiegazioni circa la natura delle cose, che trovava in essi. Prima accettava il mondo qual era, senza cercare più lontano; egli ne comprendeva ora il gioco e le correnti contrarie della forza e della materia. Soluzioni spontanee sorsero nella sua mente, su tanti piccoli particolari del suo mestiere di un tempo; le leggi della navigazione, secondo le quali le navi seguono infallibilmente la loro via attraverso l’oceano sconfinato, gli furono spiegate, come pure i misteri degli elementi; ed egli si domandò se non avesse scritto, disgraziatamente, troppo presto l’articolo sui venti alisei del nord-est. Comunque, comprese che l’avrebbe fatto meglio, ora. Un pomeriggio, Arturo lo condusse all’Università californiana, dove, trattenendo il respiro, e con un rispetto quasi religioso, egli visitò i laboratori, fu presente a delle prove e alla lezione di fisica d’un professore. Ma nulla gli faceva trascurare lo scrivere. Un torrente di novelle scorse dalla sua penna, ed egli si lanciò nei versi più facili, del genere di quelli che vedeva nei giornali illustrati. Intanto, una tragedia in versi liberi gli torturava il cervello; gli faceva perdere due settimane, giacchè gli fu rimandata da una mezza dozzina di giornali, con una celerità che lo sorprese. Poi scoprì Henley, il che gli fece scrivere una serie di poemi marinari sul tipo delle «Impressioni d’ospedale»; dei poemi semplici e romanzeschi, pieni di luce, di calore e d’azione, ch’egli chiamò «Poemi del mare» e giudicò migliori di tutto quanto aveva scritto precedentemente. Erano trenta, ed egli li terminò in un mese, scrivendone uno al giorno, dopo aver finito il lavoro quotidiano, che equivaleva a una settimana di lavoro d’uno scrittore comune. Il lavoro non gli costava sforzo; per lui non era lavoro; egli non faceva altro che dare semplicemente libero sfogo al tesoro di bellezza e di meraviglia che, durante lunghi anni, le sue labbra suggellate non avevano saputo esprimere.

I suoi «Poemi del mare» non furono fatti vedere a nessuno, neppure agli editori, dei quali egli, d’altra parte, cominciava a diffidare. Ma non era la diffidenza a impedirgli di sottoporre al loro giudizio i «Poemi del Mare»: questi gli piacevano tanto, che sentiva il desiderio di tenerli segreti, sino al giorno glorioso, lontano, purtroppo!, in cui avrebbe osato farne partecipe la bellezza di Ruth. Li serbò dunque per sè, rileggendoli ad alta voce, imparandoli a memoria. Egli viveva intensamente le ore di veglia e le ore del sonno; anche queste, giacchè la sua mente soggettiva, durante quelle cinque ore di tregua, trasformava i pensieri e gli avvenimenti del giorno in grottesche e fantastiche avventure. In realtà, egli non riposava mai; un temperamento meno solido e un cervello meno equilibrato non avrebbero resistito. Le visite del pomeriggio a Ruth erano rare, ora, giacchè si approssimava il giugno e lei doveva sostenere gli esami di laurea all’università. «Laureata in lettere». Sembrava che lei s’involasse a lontananze tali, che non avrebbe potuto mai raggiungerla.

Essa gli concedeva un pomeriggio la settimana, ed egli, siccome andava tardi, rimaneva di solito a pranzo; poi lei suonava della musica. Egli segnava quel giorno con bianca pietra. L’ambiente della casa che contrastava tanto con quella dove egli viveva, e la sola presenza di Ruth, radicavano in lui, ogni volta più solidamente, la volontà di salire in alto. Superiore al desiderio imperioso di creare della bellezza era in lui il desiderio di conquistarla in una gran lotta. Era un amante dell’amore, e la magnifica avventura della sua anima gli sembrava più miracolosa di quella del cervello. La genesi del mondo era per lui un miracolo minore della presenza di Ruth nel mondo. Per lui nulla era così sorprendente, inaudito, come Ruth.

Intanto la distanza che li separava seguitava a opprimerlo. Come superarla? Nel suo ambiente egli aveva avuto molti buoni successi con le donne, senza affezionarsi mai particolarmente ad alcuna, ma amava Ruth, e la considerava non solo come una creatura d’una classe superiore, ma come un essere particolare, talmente singolare, che ignorava il modo di poterla avvicinare. Pure, più si educava, e più le si accostava, parlando lo stesso linguaggio, comunicando con le stesse idee e con gli stessi godimenti intellettuali. Ma nulla di tutto ciò riusciva a soddisfare la nostalgia del suo cuore. La sua immaginazione d’innamorato l’aveva fatta diventare troppo ideale, perchè potesse sognare d’accostarsi a lei altrimenti che con lo spirito. Il suo stesso amore lo allontanava da lei e glielo rendeva inafferrabile; l’amore stesso gli rifiutava la sola cosa ch’egli desiderasse.

E un bel giorno, bruscamente, fu lanciato un ponticello sull’abisso, che, sebbene continuasse a esistere, divenne meno ampio. Avevano mangiato delle ciliege nere e lucenti, dal succo color di vino nero. Dopo, mentre lei leggeva un brano della «Principessa«, egli osservò che le ciliege le avevano macchiate le labbra. In un momento, là per là, la sua essenza divina svaporò. Lei era fatta d’argilla, in sostanza, come lui, come tutti! Le sue labbra erano d’una carne simile alla sua poichè il sangue delle ciliege le avevano macchiate ugualmente. Lei era donna interamente, come tutte le donne! Questa rivelazione lo sbalordì. Gli sembrò che il sole morisse nel cielo, che pure le stelle si spegnessero.

Quindi egli si rese conto del significato di ciò, e il suo cuore si mise a danzare, ed egli pensò a far la corte a quella donna, giacchè era, non già un puro spirito, ma una semplice donna le cui labbra potevano essere macchiate dalle ciliege. L’audacia di questo pensiero lo fece tremare, ma l’anima sua cantava lietamente, e il buon senso, trionfalmente, proclamava che egli aveva ragione. Ruth dovette sentire un po’ questo cambiamento che s’operava in lui, giacchè interruppe la lettura, lo guardò e sorrise. Gli occhi di Martin scivolarono dai suoi occhi turchini alle labbra, e la vista del loro colore purpureo e sanguinoso gli fece perdere la testa. Mancò poco che non aprisse le braccia e le richiudesse su di lei, come faceva un tempo, al tempo della sua vita sregolata! Essa si chinava su di lui e sembrava attendere... Con uno sforzo di tutta la sua volontà egli si frenò.

— Lei non ha sentito neppure una parola! — fece lei, con voce imbronciata. Poi diede in uno scroscio di risa, rapita dalla sua confusione, e quand’egli la guardò negli occhi, vide che lei non aveva indovinato nulla di quanto era accaduto in lui. Allora ebbe vergogna: veramente il suo pensiero era andato troppo oltre. Tutte le donne ch’egli aveva conosciuto si sarebbero accorte della cosa. Ed ecco la diversità fra loro e Ruth: Ruth non aveva capito nulla.

Egli fu nuovamente desolato della sua grossolanità, religiosamente commosso dall’innocenza squisita di Ruth, e si ritrovò all’altra sponda dell’abisso. Il ponticello era stato rotto.

Però quell’incidente li accostò. Quand’egli si sentiva particolarmente scoraggiato, il ricordo di quel minuto gli tornava alla mente, ed egli lo gustava avidamente. Sì, l’abisso era meno profondo; egli aveva compiuto quel giorno una cosa molto più difficile dell’addottoramento in lettere e di tutti i dottorati del mondo. Essa era pura, divinamente pura, è vero, ma... delle ciliege avevano macchiato le sue labbra. Lei era soggetta alle leggi dell’universo, inesorabilmente, tale quale lui. Bisognava che mangiasse per vivere, e quando si bagnava i piedi, si buscava un raffreddore. Ma la questione non era lì. Se lei risentiva gli stimoli della fame, della sete e del freddo, poteva ugualmente risentire quelli dell’amore, dell’amore per un uomo. E perchè non poteva essere lui quell’uomo?... «Questo dipende da me, — mormorò Martin con fervore. — Io voglio essere quest’uomo. Sarò quest’uomo!»

CAPITOLO XII.