Egli le spiegò la fine, che, pure, egli credeva così chiara, e artisticamente curata. Allora lei dichiarò:
— Questo volevo sapere! Perchè non l’hai raccontato così nella storia?
Dopo aver letto un certo numero delle sue elucubrazioni, egli fu almeno certo d’una cosa: che a lei piaceva il lieto finale.
— Questa storia è assolutamente magnifica, — fece lei, raddrizzando, con un sospiro di stanchezza, il suo corpo pesante, curvo sulla tavola da strofinare i panni, asciugando col dorso della mano rossa la fronte che le sudava. — Ma mi fa diventare triste. Ho voglia di piangere. Ci sono cose tristi nella vita, vedi, e io preferisco le storie allegre che mi fanno ridere. Se l’avesse sposato, è vero?... e... Questo non ti fa dispiacere, Mart? — interrogò lei, preoccupata. — Io ho questa idea perchè sono stanca, credo. Ma, pure, la tua storia è splendida lo stesso, molto splendida. Dove vai a venderla?
— Quanto a questo, è un altro paio di maniche, — fece lui ridendo.
— Ma se la vendi, quanto pigli?
— Oh! cinquecento lire, per lo meno, dato il valore di queste cose.
— Dio! spero che la venderai!
— Sono guadagnate facilmente, eh! — e aggiunse con orgoglio: — L’ho scritta in due giorni, guadagnando così duecentocinquanta lire al giorno.
Egli moriva dalla voglia di leggere la sua letteratura a Ruth, ma non osò. Decise d’aspettare che uno dei suoi racconti fosse pubblicato; allora lei avrebbe capito la ragione della sua ostinazione a scrivere. E, aspettando quel momento, seguitò a lavorare con accanimento. Mai il suo spirito avventuroso s’era lanciato con tanta passione in ciò ch’egli chiamava l’esplorazione del suo cervello.