Ma lei lo scusò e rimase stupita dalla facilità colla quale lo fece. Egli non aveva avuto la fortuna di nascere come tanti altri, faceva il possibile e progrediva molto rapidamente. Lei non immaginò neppure che potesse avere altre ragioni per essere così benevola verso di lui; ma era cosciente della tenerezza che la piegava su di lui. Come avrebbe potuto accorgersene? La serenità di ventiquattro anni di vita tutta candida, non poteva darle la percezione netta dei proprî sentimenti; non essendosi mai bruciate le ali, lei non sentiva il pericolo della fiamma.

CAPITOLO XI.

Martin si rimise a lavorare attorno all’articolo «I Pescatori di perle», che avrebbe finito più presto se non l’avesse interrotto frequentemente con i suoi saggi di poesia. I suoi versi erano, s’intende, versi d’amore, ispirati da Ruth, e mai finiti. Non è possibile, infatti, imparare in un giorno a cantare un così nobile argomento. Già, per se stessi, ritmo, metrica e forma erano una faccenda seria, senza dire che c’era inoltre una cosa intangibile, impalpabile, che si sente in ogni bel poema e che egli non riusciva ad afferrare. Era l’inafferrabile spirito della poesia stessa che non si lasciava imprigionare. Egli se lo sentiva attorno come un fuoco fatuo, come un calmo e molle vapore, a portata di mano, eppure fuori della presa. Talvolta egli ne afferrava qualche lembo, uno strascico di nube, e ne riteneva frasi che gli cantavano nel cervello e svanivano come nebbia leggera. Era scoraggiante; egli era tormentato dal desiderio di esprimersi liricamente, e non riusciva ad altro che a farfugliare prosaicamente, come tutti! Lesse ad alta voce i suoi saggi: i versi avevano il numero di sillabe voluto, le rime erano impeccabili, ma l’ispirazione, il colpo d’ala mancavano. C’era da non raccapezzarcisi, e così, stanco, disperato, depresso, vinto, egli si rimise attorno al suo articolo. Certamente la prosa era più facile a trattare. Dopo «I Pescatori di perle», scrisse un articolo sulla carriera del marinaio, un altro sulla caccia alla tartaruga, e un terzo sugli alisei del nord-est. Poi, per esercitarsi, tutta una breve novella e, giacchè ci s’era messo, ne fece altre sei, ch’egli spedì a parecchi giornali illustrati.

Scriveva senza tregua, dalla mattina alla sera, sino a notte tarda, interrompendosi soltanto per recarsi in biblioteca a prendere dei libri di abbonamento, o per vedere Ruth. Era profondamente felice; la vita gli appariva intensa e bella. La sua febbre d’entusiasmo non cessò mai, giacchè l’ebbrezza creatrice degli dei era in lui. Il mondo esterno, il tanfo dei legumi putrefatti e di liscivia, l’aspetto rilassato di sua sorella e la faccia ironica del signor Higgingbotham non erano altro che un sogno. Il mondo vero era quello del suo cervello, e le storie che scriveva erano la sola realtà possibile. I giorni erano brevi. Voleva studiare tante cose! Non dormì più di cinque ore, che gli parvero anche troppe, così che cercò di lesinare una mezz’oretta, ma fu costretto, con suo gran rammarico, a ritornare alle cinque ore. Egli cessava di scrivere per studiare, con rimpianto, e con rimpianto cessava di studiare per andare in biblioteca, o si strappava di là, dalla sala di lettura piena di opere di quegli scrittori fortunati ch’erano riusciti a collocare la loro merce. Era un crepacuore, quando, in casa di Ruth, bisognava alzarsi e andar via, ed egli galoppava lungo le tetre viuzze per ritrovare il più presto possibile i suoi cari volumi. Il più duro per lui era quando doveva chiudere i libri di fisica e d’algebra, ordinare taccuino e matita e chiudere gli occhi per addormentarsi. Egli odiava l’idea che cessava di vivere, sia pure per poco tempo, e si consolava soltanto al pensiero che avrebbe udito la sveglia cinque ore dopo. In somma, perdeva soltanto cinque ore, poi la suoneria lo avrebbe fatto balzare, togliendolo dall’incoscienza e avrebbe avuto nuovamente davanti a sè un’ammirevole giornata di diciotto ore. Con tutto ciò, passavano le settimane e il denaro anche, e non c’erano introiti. Un mese dopo l’invio al Compagno della Gioventù, il seguito delle avventure per bambini gli fu rimandato con parole di rifiuto così cortesi e accorte, ch’egli non provò risentimento verso l’editore. Ma non accadde lo stesso con l’editore della Rivista di San Francisco. Dopo avere atteso due settimane, Martin gli aveva scritto. Ricominciò otto giorni dopo. Alla fine del mese, andò a San Francisco, dall’editore, ma senza poter parlar con questo autorevole personaggio, a causa d’un cerbero d’una dozzina d’anni, dai capelli color carota, che custodiva la porta. Al termine della quinta settimana, il manoscritto gli fu restituito per mezzo della posta, senza commenti, senza spiegazioni, senza nulla. Gli altri articoli gli furono rimandati nello stesso modo. Egli allora li spedì immediatamente ad altri giornali illustrati dell’est, questa volta, che li rinviarono rapidamente, accompagnandoli sempre con frasi di rifiuto, stampate. Anche le novelle gli furono respinte. Egli le rilesse parecchie volte e gli parvero ben fatte, così che non potè capire la ragione del rinvio, sino al giorno in cui lesse in un giornale che i manoscritti dovevano essere sempre scritti a macchina. Ecco la spiegazione di tutto! S’intendeva che gli editori erano troppo occupati per perdere il tempo a decifrare degli scritti. Martin noleggiò subito una macchina da scrivere e possò un giorno a imparare a servirsene. Tutti i giorni copiava l’ultima composizione e ricopiava i manoscritti a mano a mano che glieli rimandavano. Fu stupito il giorno in cui cominciarono a ritornare anche i manoscritti dattilografati. Egli strinse le mascelle, sporse un po’ il mento, aggressivamente, e mandò i manoscritti ad altri editori.

Giunse allora a domandarsi se era in grado di giudicare le proprie opere, e le lesse a Geltrude, che lo guardò con occhi lucidi di orgoglio e dichiarò:

— Eppure, è bello sapere scrivere delle cose come queste!

— Sì, sì, — fece lui, con impazienza. — Ma la storia? Come ti pare?

— Magnifica, assolutamente magnifica. E interessante anche. N’ero tutta sconvolta.

Egli osservò che lei non esprimeva il suo pensiero; la sua buona faccia era perplessa, ed egli attese.

— Ma di’, Martin, — fece lei dopo una lunga esitazione, — come finisce?... Questo giovanotto così poseur l’ha conquistata insomma?...