— Della gente! — corresse lei.
— Della gente che ha bisogno di guide, quasi tutti; ma io credo di poter farne senza, per conto mio.
Ho passato un tempo infinito nell’ufficio d’informazioni, e comincio a orientarmi, a sapere ciò che voglio trovare, quali rive voglio esplorare. E stando al modo come mi regolo, navigherò meglio da solo. La rotta d’una squadra è regolata a seconda della velocità della nave meno veloce, sa: nell’insegnamento è la stessa cosa. I professori non possono procedere più rapidamente della media dei loro scolari; mentre il mio passo sarebbe più rapido di quello di tutta la classe.
— Chi vuol procedere alla svelta, deve viaggiare da solo! — citò Ruth.
Egli sentì la voglia di risponderle: — Con lei viaggierei anche più rapidamente, giacchè vedeva apparire la visione d’un mondo d’infinita chiarezza, che egli percorreva tenendo lei fra le braccia, con la carezza dei suoi capelli d’oro pallido, sulle guance. Dio! com’era pietosa quell’impotenza a esprimere ciò ch’egli sentiva! Era punto da un desiderio lancinante: quello di potere descrivere le visioni che gli fiammeggiavano nel cervello. Ah! ora capiva! Aveva la chiave del mistero: ecco ciò che esprimevano i grandi scrittori, i grandi poeti, ecco perchè erano dei titani! Essi sapevano esprimere il loro pensiero, i loro sogni, i loro sentimenti. Spesso, addormentati al sole, i cani gemono, abbaiano, ma sono incapaci di dire ciò che li fa gemere o abbaiare. Così era lui: un cane addormentato al sole. Delle visioni nobili e magnifiche gli apparivano, ed egli non sapeva far altro che gemere ed abbaiare verso Ruth. Ma non s’addormenterebbe più al sole. Dapprima, con gli occhi spalancati, lotterebbe, lavorerebbe, soffrirebbe, sino al giorno in cui, con la lingua slegata e gli occhi non velati dalle ciglia, saprebbe farla partecipe delle sue ricchezze cerebrali. Perchè non avrebbe trovato, come tanti altri, il modo di formar le parole, di dominar la lingua, d’asservire la materia al suo sogno?...
L’apparizione del mistero lo commosse profondamente, e nuovamente la visione dei grandi spazî stellati lo trasportò lontano... sino al momento in cui, colpito dal silenzio, vide ad un tratto Ruth che lo guardava con aria divertita.
«Una visione m’è apparsa,» diss’egli, e il suono della propria voce lo fece sussultare. Donde venivano le parole, espressione adeguata dell’interruzione che il suo sogno aveva causato alla conversazione? Qual era quel miracolo? Mai aveva espresso così chiaramente un pensiero elevato. Vero è che non aveva mai tentato; ma Swinburne, Tennyson, Kipling e tutti gli altri poeti l’avevano fatto. A un tratto gli tornarono in mente i suoi «Pescatori di perle». Egli non s’era ancora lanciato verso grandi cose, in quelle che egli avrebbe potuto avvivare con la gran fiamma che lo bruciava. Ma quando l’avesse finito, quell’articolo sarebbe stato diverso. La bellezza dell’argomento lo colpì d’un tratto; si domandò audacemente perchè non tentava di celebrare quella bellezza in versi. E perchè non cantare le delizie infinite e l’incanto senza pari del suo amore per Ruth? Tanti poeti avevano celebrato l’amore. Così avrebbe fatto lui, perdio!
Al suo orecchio stupito riecheggiò questa esclamazione in modo chiaro e sonoro; trascinato dell’entusiasmo, egli aveva pensato ad alta voce. Il sangue gli affluì al viso, con ondate così violente da vincere l’abbronzatura e farlo arrossire sino alla radice dei capelli.
— Io... io le domando scusa... — balbettò egli. — Pensavo.
— Sembrava che pregasse, — fece lei, con una certa ironia, sebbene nell’animo si sentisse profondamente urtata. Era la prima volta che un uomo di sua conoscenza bestemmiava in sua presenza, e questo la feriva non solo nei suoi principî e nell’educazione, ma anche nell’animo, la cui peluria verginale non era stata financo macchiata dal brutale respiro della vita.