— La prego di non credermi un vantatore, — fece egli finalmente. — Non so esprimermi, ma ho il senso di essere ciò che direi «istintivamente scientifico». Io so di studiare da solo, naturalmente, come un’anitra sa navigare. Lei stessa ha visto ciò che ho fatto con la grammatica; e ho imparato molte altre cose, quante lei non immagina. E siamo all’inizio! Aspetti che m’avvii un po’! Soltanto ora comincio a vedere chiaro,... a mettermi in forma...
— A «mettermi in forma»? — interruppe lei, accentuando maliziosamente.
— A sapere di che si rigira, — si affrettò a spiegare Martin.
— Questo non significa nulla, in linguaggio corretto, — aggiunse lei.
Egli seguitò ad esprimersi in gergo.
— Voglio dire che comincio a vedere il modo di accostare.
Per pietà, lei non insistette, ed egli continuò:
— La scienza mi fa l’effetto d’un ufficio di informazioni. Ogni volta che vado in biblioteca, ho la stessa impressione. Il compito del professore consiste nel dare delle notizie agli scolari in modo sistematico. Non sono altro che guide, ecco: non danno nulla di se stessi, non creano nulla. Tutto è contenuto nell’ufficio d’informazioni, ed essi non fanno altro che indicare ai clienti ciò di cui hanno bisogno, per impedir loro di errare infinitamente. Ma io non mi perdo facilmente: ho la bussola d’orientamento, e so sempre dove sono, «evvero»? Che? quale altro sproposito ho detto?
— Non dica «evvero».
— Ha ragione, — fece lui con riconoscenza. — È vero. Dunque, evvero, cioè, scusi: non è vero?... Dunque, che cosa dicevo? Ah! ecco! sì, nell’ufficio d’informazioni. Ebbene! c’è dei tipi...