— Ma Ruth è la mia professoressa! — rispose cortesemente Martin. — È a lei che debbo il poco che so.

— Ah! neh!... — E Olney lanciò uno sguardo malizioso a Ruth. — Immagino che mi dirà, la prossima volta, che ha letto Spencer perchè glielo ha raccomandato lei: soltanto, sarà falso! E lei non ne sa, su Darwin e sull’evoluzione della materia, più che non sappia delle miniere di re Salomone. Già, che cos’è questa definizione mirabolante di Spencer circa non so che, che lei ha detto l’altro giorno? Quella faccenda incoerente circa l’omogeneità? La lasci lì! e vedrà che lei non ci capisce neppure una parola! giacchè questa non è cultura, capisce? Be’, arrivederci! E se lei si perde nel latino, Martin, non avrò più alcuna stima di lei!

Durante tutto questo tempo, sebbene interessato alla discussione, Martin s’era annoiato un po’. Si parlava di studî e di lezioni, di scienze rudimentali, con un tono di scolari, che stonava con le grandi idee che ribollivano in lui, con l’abbraccio nel quale egli sognava di contener la vita come in una stretta d’aquila, con i brividi di potenza che lo scuotevano quasi dolorosamente; con la nascente coscienza del suo valore. Egli sembrava a se stesso un poeta naufrago gettato su una riva straniera, e che cercasse invano di cantare secondo il modo barbaro degli abitanti di quel paese nuovo. Per lui, era la stessa cosa; potentemente conscio delle bellezze universali, era costretto a trascinarsi, a marcire tra chiacchiericci puerili, e discutere se dovesse imparare o no il latino.

— Che diavolo ha che fare il latino con tutto questo? — fu la domanda ch’egli rivolse allo specchio quella notte. — Vorrei proprio che i morti rimanessero dove sono. Perchè dei morti dovrebbero dettarmi leggi? La bellezza è viva ed eterna. E le lingue passano, come polvere dei morti.

CAPITOLO XIV.

Non per dar retta a Olney, ma a dispetto di Ruth e persino del suo amore per lei, egli decise finalmente di non imparare il latino. C’erano tante altre cose, oltre il latino, tanti studî la cui necessità era più imperiosa. E a lui bisognava scrivere, bisognava guadagnar denaro. Non gli avevano accettato nulla ancora; due rotoli di manoscritti facevano il giro delle riviste. Egli passava lunghe ore nella sale di lettura, ripassando i libri altrui, criticandoli, paragonandoli con i suoi lavori e cercando, cercando sempre il «trucco» che aveva permesso a quegli scrittori di vendere la loro prosa. Come facevano? L’enorme quantità di letteratura mummificata lo sorprendeva; nessuna luce, nessun calore, nessuna vita l’animavano, eppure, si vendeva, a due soldi la parola, a cento lire, mille! Gli annunzî dei giornali lo dicevano. Egli era sorpreso del numero incalcolabile di novelle leggermente e accortamente scritte, è vero, ma senza vitalità, senza realtà. La vita era così strana, così meravigliosa, piena di una tale immensità di problemi, di sogni e di tentativi eroici! Eppure quelle storielle non trattavano d’altro che di banalità. Ma il peso, la stretta della vita, con le sue febbri e le sue angosce e le sue rivolte selvagge, bisognava trattare! Egli voleva cantare i cacciatori di chimere, gli eterni amanti, i giganti che lottano tra dolore e orrore, tra il terrore e il dramma, facendo scricchiolar la vita sotto i loro sforzi disperati. Eppure, le novelle di quei giornali illustrati sembravano compiacersi nel glorificare i Butler, tutti i sordidi cacciatori di dollari e i volgari amorazzi della volgare piccola gente, forse perchè gli editori stessi erano volgari? si domandò. O perchè la vita faceva loro paura, paura a tutti, editori e lettori?

Era punto soprattutto dal fatto che non conosceva alcun editore, alcuno scrittore, anzi, non conosceva nessuno che avesse tentato di scrivere, che potesse consigliarlo, indicargli la via da seguire. Finì col domandarsi se gli editori non fossero semplicemente le ruote d’una macchina e non già degli esseri vivi. Ma sì, erano macchine e nient’altro. Egli metteva tutta l’anima sua nei poemi, nelle sue novelle o negli articoli che affidava a una macchina. Piegava i fogli, li ficcava, con dei francobolli, in una grande busta, che suggellava, affrancava e gettava tutto nella buca delle lettere. Dopo un giro sul continente e un certo lasso di tempo, un fattorino gli riportava il manoscritto in un’altra busta affrancata con gli stessi francobolli mandati. Non c’era evidentemente alcun editore in carne ed ossa dall’altra parte, ma un ingegnoso meccanismo che cambiava la busta al manoscritto e l’affrancava tale quale quei distributori automatici che, mediante due soldi, vi presentano, secondo la fessura dove li avete introdotti, generalmente a caso, una tavoletta di cioccolatta o una caramella di gomma. Il gettone di rifiuto integrava il paragone; impresso a macchina. Ne aveva ricevuti a centinaia: se avesse ricevuto almeno qualche rigo di risposta personale, il rifiuto gli sarebbe dispiaciuto meno. Ma no, mai! Decisamente, non c’era alcuno dall’altra parte, tranne il congegno bene oliato di una macchina meravigliosa.

Martin era un buon lottatore ostinato e coraggioso; egli avrebbe continuato ad alimentare la macchina per anni ed anni, ma si dissanguava completamente, e non era questione d’anni ma di settimane, perchè si avverasse la fine del combattimento. Ogni otto giorni, il conto della pensione e spesso l’affrancatura d’una quarantina di manoscritti, lo avvicinavano alla rovina. Non comperava più libri e faceva economia su tutto per ritardare la scadenza fatale; che però anticipò di una settimana, dando a Marianna venticinque lire per l’acquisto d’un vestito.

Senza consiglio, senza incoraggiamento, anzi profondamente scoraggiato, egli lottava nella notte. La stessa Geltrude cominciava a guardarlo di traverso. Dapprima, la sua tenerezza fraterna le aveva fatto tollerare ciò che lei considerava come una stranezza di cervello; ora, quel suo ticchio, la rendeva inquieta; le pareva che avesse un che di folle. Martin lo sapeva e ne soffriva più che non soffrisse a causa del disprezzo confesso e ostinato di Bernardo Higgingbotham. Eppure, conservava la fede in se stesso; ma era il solo ad averla. Ruth non ne aveva alcuna; essa augurava ch’egli continuasse gli studî e, senza disapprovare apertamente i suoi scritti, non l’incoraggiava.

Egli non le aveva chiesto il permesso di farle vedere i suoi lavori, per una discrezione eccessiva. D’altra parte, poichè lei lavorava molto all’Università, gli ripugnava di farle perdere tempo. Ma, quando essa ebbe sostenuti gli esami di diploma, con buon esito, fu lei stessa a chiedergli di farle vedere qualche lavoro. Martin ebbe un accesso di gioia e di ansia, insieme. Ecco finalmente un giudice! Essa era laureata in lettere, aveva studiato la letteratura con dotti professori e l’avrebbe trattato diversamente dagli editori. Forse questi erano buoni critici, ma Ruth, se non altro, non gli avrebbe porto un rifiuto stereotipato, se l’opera non le fosse piaciuta, pur riconoscendogli magari un certo merito. Essa, infine, si sarebbe espressa in modo vivo e gaio e, cosa più importante di tutte, avrebbe conosciuto il vero Martin Eden. Avrebbe visto, lei, di che natura ne fossero il cuore e l’anima, e sarebbe riuscita forse a capire qualche cosa, un tantino tantino delle sue aspirazioni e della sua forza di volontà.