Ma non aveva bevuto.
Passò la quinta settimana, poi una sesta, durante le quali visse come una macchina; non gli rimaneva altro nell’anima che una specie di scintilla che lo costringeva, alla fine di ogni settimana, a divorare i 150 chilometri, non per riposare, ma per cercare, anzi, di spegnere quella piccola favilla, ultimo vestigio della sua vita passata. Alla fine della settima settimana, contro voglia, ma incapace di resistere, egli scese nel paesetto, con Joe, e bevve l’oblìo e la gioia di vivere sino alla mattina di lunedì.
Poi, un sabato, rifece i 150 chilometri, scacciando la spossatezza causata dallo sforzo eccessivo, con uno sforzo maggiore. Dopo tre mesi, rivisse, e a un tratto, illuminato, vide il bruto ch’egli stava per diventare, non a causa del bere, ma a causa del lavoro. Il bere era un effetto, non la causa, e susseguiva inevitabilmente al lavoro, come la notte sussegue al giorno. Non sarebbe salito col diventare una bestia da soma — gli sussurrò il whisky all’orecchio, — ed egli ne approvò il parere. Il whisky era savio e conosceva bene l’opera sua. Egli chiese carta, una matita, offrì da bere a tutti e, mentre bevevano alla sua salute, si appoggiò al bar e scarabocchiò qualche cosa.
— Un telegramma, Joe, — disse. — Leggi.
Joe lesse con occhio vago comicamente torvo. Ma quel che lesse lo disebriò, facendolo tornare in sè. Guardò Martin con disperazione; delle lacrime gli sgorgarono dagli occhi e gli scesero lungo le gote.
— Non vorrai mica lasciarmi, Mart? — interrogò con voce lamentosa.
Martin fece segno di sì e pregò il garzone di portare il telegramma alla posta.
— Aspetta, — bofonchiò, con la bocca impastata Joe, — lasciami riflettere. — E s’aggrappò al banco, con le gambe tremanti, mentre Martin cingendogli la vita con un braccio, lo teneva in equilibrio.
— Di’: due lavandai! — fece egli bruscamente. — Ecco deciso!
— Perchè vuoi lasciare l’impiego? — domandò Martin.