La mattina del lunedì, Joe era folle d’impazienza: non badava alla sua emicrania e non s’interessava punto al lavoro. I minuti si perdevano a uno a uno come i capi di un gregge sbandato, mentre il loro guardiano disattento guardava attraverso la finestra il sole e gli alberi.
— Guarda! guarda! — esclamò. — Tutto questo è mio! Entrata libera! Posso coricarmi sotto gli alberi e dormire cent’anni, se mi piace. Su, Mart, filiamo! Perchè aspettare un altro minuto? In carrozza, pel paese della fiamma eterna! Ho il biglietto, e non è un biglietto d’andata e ritorno, te lo giuro!
Pochi minuti dopo, riempiendo la conca di biancheria sporca, Joe scorse la camicia del padrone dell’hôtel, di cui conosceva il segno. In una crisi frenetica d’indipendenza, egli la gettò per terra e la calpestò.
— Vorrei che tu vi fossi dentro, sporco olandesaccio! — urlò. — Dentro e sotto i miei piedi! Piglia su, to’, e quest’altro ancora, sudicione! Tienimi o ne faccio una grossa.
Martin, ridendo, gli fece riprendere il lavoro. Il martedì sera, giunsero i nuovi lavandai, e il resto della settimana passò tra le istruzioni ai successori. Joe, seduto, spiegava il suo metodo, ma non lavorava più.
— Neppure una briciola! — annunziò egli. — Mi fucilino se vogliono, ma, se lo fanno me ne vado illico! Pochissimo per me, grazie tante! A me le strade, i prati e le sieste all’ombra, sotto gli alberi... Coraggio, schiavi! Va bene! benissimo! sfacchinate e sudate! sudate e sfacchinate! E quando sarete morti v’imputridirete come me. Prima di tutto, che importa che voi viviate o no? eh?... dite, che cosa importa?...
Il sabato furono pagati e si salutarono.
— Credi che non valga la pena che ti chieda di mutare idea e di girare il mondo con me? — interrogò Joe disperatamente.
Martin scosse la testa, e s’accinse a inforcar la bicicletta. Si strinsero la mano. Joe trattenne la sua un momento, poi disse:
— Ti rivedrò, Mart: sii saggio! Ti voglio un gran diavolo di bene, sai!...