La voce della signora Morse si attenuò e s’addolcì per dire:

— Bisogna pensare ai figlioli.

— Sì... ci ho pensato... — confessò Ruth; e arrossì ancora ricordando i pensieri voluttuosi che aveva avuti.

— Ed è appunto il pensiero dei figlioli che mi fa apparire impossibile il signor Eden, — proseguì la signora Morse, con voce incisiva. — La loro eredità dev’essere netta, e la sua non può esserlo. Tuo padre m’ha raccontato la vita dei marinai e... tu mi capisci. — Ruth premette la mano della madre in segno di consenso; la capiva, sebbene quell’allusione le sembrasse vaga, strana, orribile e superiore alla sua immaginazione.

— Tu sai che ti ho detto tutto, — disse lei. — Solo, qualche volta, bisogna interpellarmi, come hai fatto oggi. Volevo parlartene, ma non sapevo come incominciare. È falsa vergogna, lo so, ma tu, così, mi faciliti le cose. Giacchè, mamma, sei donna anche tu! — esclamò lei, con esaltazione. In piedi, lei afferrò le mani della madre, e tutt’e due, a faccia a faccia, nella penombra che ingrandiva ebbero coscienza della loro eguaglianza davanti all’uomo. — Io non ti avrei mai conosciuto senza questa conversazione: è stato necessario che mi scoprissi donna, per sapere che sei una donna anche tu!

— Sì, siamo donne tutt’e due, — disse la madre, attirandola a sè e abbracciandola. Così abbracciate, uscirono dalla camera, col cuore gonfio d’una nuova tenerezza, come di compagne.

— La nostra figlietta è diventata una donna! — disse la signora Morse al marito, un’ora dopo.

— Significa, questo, — diss’egli, dopo un lungo sguardo alla moglie, — significa che è innamorata.

— No, ma che è amata, — rispose l’altra sorridendo. — L’esperimento è riuscito; s’è svegliata.

— Allora bisogna che ci sbarazziamo del giovane, — rispose il signor Morse, col suo tono preciso d’uomo d’affari.