— Olney mi odia! — disse lei con violenza. — E io odio Olney. Quando è qui mi sento spuntare grinfie di gatta; bisogna che diventi cattiva per forza, o quando non lo sono io, lo è lui! Ma con Martin Eden io sono contenta. Nessuno m’ha mai amato prima di lui — nessun uomo, s’intende — e a questo modo. E piace essere amati... così. Capisci ciò che voglio dire, mamma cara? È così dolce sentirsi veramente, profondamente donna a questo modo!

E nascondendo il suo volto sulle ginocchia della mamma, lei singhiozzò:

— Ti sembro orribile, lo so; ma sono onesta, e ti dico appunto ciò che risento; com’è.

La signora Morse ne fu, insieme, triste e lieta: la sua figlietta, la studentessa di lettere aveva ceduto il posto a una giovane, a una donna. L’esperimento era riuscito; il temperamento così stranamente apatico di Ruth s’era destato, senz’urto nè dramma; quel rozzo marinaio ne era stato lo strumento, e aveva risvegliato in Ruth — che non l’amava — la femminilità.

— La sua mano trema, — confessò Ruth arrossendo. — È una cosa ridicola e divertente insieme; ma qualche volta mi càpita di compiangerlo. E quando la sua mano trema troppo, e gli occhi luccicano troppo, be’, io gli tengo un predicozzo e gli indico il modo di correggersi. Ma mi adora, lo so; i suoi occhi e la sua mano non mentono. E questo pensiero mi fa sentire più donna; sento che ho in me una cosa alla quale ho diritto, una cosa che mi rende simile alle altre signorine... e alle donne. Io so anche che prima non ero simile a loro, e che questo t’infastidiva. Pensavate che io non vedessi, ma ho visto, e volevo... fare il mio possibile, come dice Martin Eden.

Fu un’ora deliziosa, per madre e figlia; i loro occhi erano umidi, mentre conversavano nella penombra; Ruth, tutta innocenza e franchezza, sua madre piena di comprensione, animata da dolce simpatia, spiegando tutto e consigliando con calma e chiarezza.

— Ha quattro anni meno di te, non ha una «posizione», non ha beni, ed è privo assolutamente di senso pratico. Amandoti, dovrebbe, se avesse del buon senso, fare qualche cosa che gli desse un giorno il diritto di sposarti, anzichè perdere il tempo a scrivere dei sonetti e a fare sogni puerili. Martin Eden, lo temo, non diventerà mai una persona seria. Egli non si prospetta neppure l’idea d’un mestiere conveniente, come l’hanno fatto certi amici nostri, — il signor Butler, per esempio. Temo anche che non diventerà mai ricco, Martin Eden. E questo mondo è cosiffatto, che il danaro è necessario per essere felici. Oh! non parlo d’una grande ricchezza... ma di quanto basta per assicurarsi l’agiatezza e una vita esteriore conveniente. Egli... egli non ha mai parlato?...

— Non mi ha detto mai una parola, ma se l’avesse fatto, lo avrei fermato, giacchè, lo sai, non sono innamorata di lui!

— Tanto meglio. Non sarei contenta di vedere la mia bambina, l’unica figlia, così candida, così pura, amare un uomo come quello. Vi sono al mondo uomini retti, fedeli, virili; attendi uno di questi. Lo troverai un giorno, l’amerai ed egli ti amerà e sarete, insieme, felici come siamo stati tuo padre ed io. È una cosa alla quale devi pensare sempre...

— Sì, mamma.