Un giorno osò; un pomeriggio in cui la trovò nel salotto oscuro, sofferente d’una insopportabile emicrania.

— Non giova nulla, — rispose lei alle sue domande. — D’altra parte, io non prendo medicine; il dottor Hall non me lo permette!

— Io posso guarirla, credo, e senza medicine. — disse Martin. — Non ne sono sicuro, s’intende, ma vorrei tentare. È una forma di massaggio insegnatomi da un giapponese — i giapponesi sono massaggiatori di razza, se si può dir così! Poi ne ho apprese le varianti presso gli hawaiani, che chiamano questo metodo «Lomi-lomi». E il «Lomi-lomi» ottiene, su per giù, lo stesso effetto che producono le medicine, se non di più.

Appena le sue mani le toccarono la fronte, lei emise un profondo sospiro.

Una mezz’ora dopo, lei disse ancora:

— Non è stanco?

La domanda era inutile giacchè lei sapeva la risposta, e si perse subito in una beata ammirazione del fluido calmante ch’egli possedeva. La salute pareva zampillargli dalla punta delle dita, fugando il dolore in modo magico, al punto che, quasi ebbra di benessere, lei s’addormentò, ed egli si ritirò silenziosamente. La sera lei lo chiamò al telefono per ringraziarlo.

— Ho dormito sino all’ora del pranzo, — disse. — Lei mi ha perfettamente guarita, signor Eden, e io non so come ringraziarla.

Estasiato e premuroso, egli balbettò la sua gioia di saperla ristabilita, e durante la conversazione non fece che pensare a Browning e alla malaticcia Elisabetta Barret. Ciò che s’era fatto, poteva essere ripetuto, ed egli, Martin Eden, lo avrebbe fatto nuovamente per Ruth Morse.

Ritornò in camera sua e al volume di Spencer, la Sociologia, ch’era rimasto aperto sul letto; ma non potè leggere. L’amore lo tormentava e gli annientava la volontà, al punto, che, nonostante la sua risoluzione, si ritrovò alla piccola tavola macchiata d’inchiostro. Il sonetto che compose quella notte fu il primo d’un ciclo di cinquanta sonetti d’amore, che fu finito in due mesi. Ispirato vagamente dai «Sonetti d’amore portoghese», egli li scrisse nelle migliori condizioni per fare una bella opera, al colmo della sua vitalità, della sua divina follìa d’amore.