Trotterellando dietro la carrozza, egli seguiva il padrone a San Josè, ch’era la città più vicina. Là c’erano negozi di macellai dove la carne pendeva indifesa, ma era proibito toccarla. Molta gente si fermava a guardarlo, ad esaminarlo con curiosità e, nel peggiore dei casi, ad accarezzarlo; ed egli doveva sopportare quei pericolosi contatti di mano ignota. Poi la gente se ne andava come soddisfatta della propria audacia.
Talvolta, certi ragazzetti, lungo le vie prossime a Sierra Vista, si divertivano, quando egli passava, a lanciargli delle pietre.
Egli sapeva che non gli era permesso inseguirli, e il suo senso di giustizia ne soffriva. Un giorno il padrone saltò fuori dalla carrozza, col frustino in mano e castigò i ragazzi che, d’allora cessarono d’assalire con le pietre Zanna Bianca il quale ne rimase molto soddisfatto.
Tre cani, che, lungo la via di S. Josè, vagavano pei crocicchi e attorno ai bars, avevano presa l’abitudine di balzare su di lui appena lo scorgevano. Egli sopportava quell’attacco, limitandosi a brontolare por tenerli lontani, e impedir loro di mordere, e se anche gli lanciavano un morso, rifiutava di combattere.
Ma un giorno, avendo i padroni dei cani aizzato apertamente quelle bestie contro di lui, il padrone fece fermare la carrozza e gli disse:
— Dài, dài pure, su!
Zanna Bianca esitava: guardò il padrone, guardò i cani e interrogò con gli occhi, come se non capisse bene. Ma il padrone fece un cenno affermativo col capo, e ripetè:
— Su, vecchio, dài addosso, vecchio compagno, e sbranali!
Zanna Bianca si precipitò sui suoi nemici, che tennero fermo.
Avvenne un gran fracasso, s’udirono ringhi, scricchiolii di zanne, si vide una mischia di corpi. Una nube di polverone velò la battaglia, ma pochi minuti dopo, due dei cani giacevano a terra e il terzo fuggiva.