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Nel presentare il primo volume delle opere complete di Jack London, «Il richiamo della foresta», misi in particolare rilievo il profondo significato allegorico riposto nel semplice racconto della vita di un cane, perchè il lettore non si fermasse alla maestrìa descrittiva e fantasiosa dell’artista, ma ne penetrasse l’anima e si guardasse dallo scambiare un’opera profondamente umana e sociale con un racconto d’avventure per ragazzi, cioè dal rischio di vedersi sfuggire elementi essenziali dell’opera d’arte, e il capolavoro nella sua interezza.

Leggere le opere di Jack London e non conoscere, sia pure sommariamente, la sua vita avventurosa e travagliata, è ignorare la fonte vera della sua poesia e la qualità della poesia stessa. Seguire soltanto le vicende dei suoi personaggi e le crudeltà cui il Destino li sottopone, fremendo alle loro disperate ribellioni e commovendosi per le loro prodigiose abnegazioni, ma ignorando l’ideale ultimo al quale l’autore si è ispirato e per il quale ha lottato tutta la vita, significa far torto agli ideali sociali dello scrittore, ignorare le ragioni profonde che lo muovono, e valutare incompiutamente i sentimenti che ne alimentano impulsi ed azioni e le rendono ragionevoli e possibili, aderenti alla vita, illuminatrici del destino, del passato e dell’avvenire dell’uomo.

Il poeta ci commuove, l’artista ci riempie di meraviglia, ma è l’uomo che tramuta la poesia e la bellezza in pensiero, le sensazioni in travaglio interiore, affinchè, mediante la nostra sensibilità artistica, un lato nuovo della verità universale appaia alla nostra coscienza. I capolavori hanno sempre l’intima virtù di aggiungere ad un godimento puramente spirituale una forza morale che ci rende partecipi di esperienze universali, chè, se questa forza non avessero, mancherebbero del loro elemento più vitale.

Io volli, appunto, con la mia prefazione al «Richiamo della foresta», mostrare il London uomo, e non credo di aver fatto cosa inutile o superflua, giacchè persone che avevano già letto il volume nel testo inglese o nella traduzione francese, rileggendolo dopo la mia prefazione, sono rimaste stupite di trovare, in quello che prima era sembrato un semplice racconto d’animali, una rappresentazione realistica e dolorosa del destino umano. Tanto in Buck, il cane che diventa lupo, come in Zanna Bianca, il lupo che acquista la domesticità e socievolezza del cane, il sentimento dominante è la ribellione contro la tirannìa del più forte, ribellione che si muta, nel tiranneggiato, in un bisogno di prevalenza sui simili e sui più deboli di lui, di diventare a propria volta, il trionfatore e il tiranno. Entrambi sperimentano la fredda, implacabile e spesso folle e inutile ferocia degli uomini, e finiscono coll’assoggettarvisi; ma mentre si affina, in questa schiavitù, ogni spirito peggiore, il naturale germe d’amore non inaridisce in essi, e allorchè Buck incontra Giovanni Thorton, e Zanna Bianca Weedon Scott, cioè l’uomo buono, il forte devoto al debole, quel germe d’amore si sviluppa prodigiosamente, sino a diventare forza irresistibile e travolgente, la forza che spinge al sacrificio gioioso della vita per la creatura amata.

«Weedon Scott s’era posto il compito di redimere Zanna Bianca, o, piuttosto, di redimere l’Umanità dal male che aveva fatto a Zanna Bianca. Era una questione di principio e di coscienza. Sentiva che il male fatto a Zanna Bianca era un debito assunto dagli uomini, e che doveva essere pagato. E così si sforzò d’essere più che mai buono verso Zanna Bianca... E col passare dei giorni, l’evoluzione della simpatia in amore s’accelerò. Lo stesso Zanna Bianca incominciò a rendersene conto, ancorchè esso non avesse consapevolezza alcuna di ciò che fosse l’amore. Gli si manifestava come un vuoto nel suo essere, un nuoto che assomigliava alla fame, che faceva male, che voleva essere riempito».

Zanna Bianca sentiva ciò che Buck aveva già provato dopo la morte di Giovanni Thorton. «Sentiva che quella morte produceva un gran vuoto in lui, in qualche modo simile alla fame, ma un vuoto che gli faceva continuamente male e che il cibo non poteva riempire».