Nelle straordinarie avventure di Buck e di Zanna Bianca ci affascina lo spettacolo grandioso del paesaggio dell’Alaska terribile e selvaggio, le paurose lotte dell’uomo e degli animali contro la solitudine e le insidie di terre inesplorate; ma ci conquista e ci commuove, soprattutto, in un tragico quadro di miserie e crudeltà, questa misteriosa forza dell’Amore «questa forza calda e radiante, nella cui luce la natura animale si espande come un fiore sotto i raggi del sole». E ad un tratto, la vita dell’Umanità travagliata s’immedesima e identifica nella vita di queste creature dal London, così che proviamo anche noi la sensazione di un vuoto interiore, di un vuoto che assomiglia alla fame, che fa male e che deve essere riempito, e dal profondo di noi sale la sensazione della sola cosa che può redimere l’Umanità e mutar faccia al mondo, l’antichissimo e nuovissimo miracolo dell’Amore, l’amore che si manifesta e disciplina nella devozione del forte per il debole, nella venerazione del debole per il forte, con senso religioso universale. Visti sotto questa luce, ch’è la vera luce dell’animo di Jack London, uomo forte, doloroso e appassionato, «Il richiamo della foresta» e «Zanna Bianca» formano una maestosa sinfonia del dolore del mondo, di questo dio folle che muove, come l’antico Deus ex machina, la tragedia spaventevole dell’Umanità governata dalla tirannide del forte sul debole. Nel «Tallone di ferro», che pubblicheremo subito dopo «Zanna Bianca», vedremo la tragedia in atto, gli animali sostituiti dagli uomini, più bestialmente crudeli, governati da leggi inesorabili, come quella della mazza e del dente, ma infinitamente più raffinati e perversi. In luogo delle grandi foreste vedremo le grandi città, piene di mortifere insidie, e udremo l’urlo di ribellione alla tirannide del forte levarsi più formidabile e farci fremere e inorridire...

Ma mentre ripenso, rabbrividendo, agli orrori del «Tallone di ferro» divenuti realtà nella guerra mondiale e nella rivoluzione russa; mentre rievoco i compagni lacerati dalla mitraglia nelle putride trincee del Podgora...

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... tutte le aberrazioni e miserie della nostra povera Umanità insanguinata, violenta, lurida, avida, egoista, risento quel vuoto interiore che alcun cibo non può riempire, quel vuoto che fa male, e mi chino ad abbracciare il povero cane dal cuore fedele che insegna con la sua illimitata devozione ciò che gli uomini non m’hanno insegnato: l’amore che sa dare e non chiedere, l’amore che ama l’amore.

GIAN DÀULI.

Rapallo, dicembre del 1924.

ZANNA BIANCA

I. LA TRACCIA DELLA CARNE.

Da ciascun lato del fiume gelato, si stendeva l’immensa foresta d’abeti, fosca e minacciosa. Gli alberi, sbarazzati di fresco del loro manto di brina dal vento, sembravano appoggiarsi gli uni sugli altri, neri e fatidici, contro la luce del giorno che impallidiva. La terra era tutt’una desolazione infinita e senza vita, dove nulla si moveva, e così fredda e deserta che, davanti ad essa il pensiero stesso si ritraeva, sorpassando la tristezza. Una specie di voglia di ridere pareva sopraffare l’animo ed era un riso tragico, come di Sfinge, un riso agghiacciato e senza gioia, come un sarcasmo dell’Eterno sulla futilità della vita e sulla vanità dei nostri sforzi. Era il Wild, il Wild selvaggio, gelido nel profondo del cuore, della terra del Nord[1].

Sul ghiaccio del fiume e come una sfida al nulla del Wild, s’affaticava una muta di cani lupi. Il loro pelame arruffato era greve di neve, e il loro fiato, appena uscito dalla bocca, si condensava in vapore, gelandosi subito e ricadendo in forma di cristalli trasparenti, come se mandassero una lava di ghiaccioli.