I cani erano attaccati, per mezzo di cinghie di cuoio e guarnimenti, a una slitta che li seguiva, a distanza, sobbalzando. La slitta, senza pattini, era fatta di pezzi di corteccia di betulla, solidamente legati e poggiava, con tutta la sua superficie, sulla neve. La parte anteriore era ricurva in forma di rullo, in modo da respingere, senz’affondare i cumuli di neve che formavano come delle onde increspate. Sulla slitta era, solidamente tenuta, una grossa cassa, stretta e oblunga, che occupava quasi tutto lo spazio. Accanto ad essa erano ammucchiati oggetti varî: coperte, un’ascia, una caffettiera e una padella per friggere. Davanti ai cani, su larghe racchette, si affaticava un uomo, e dietro la slitta, un altro. Dentro la cassa posta sulla slitta giaceva un terzo che aveva finito di penare: il Wild lo aveva stroncato, in modo da impedirgli per sempre di muoversi e di lottare. Al Wild ripugna il moto, e la vita è come un’offesa. Esso congela l’acqua per impedirle di correre al mare, gela la linfa sotto la corteccia robusta degli alberi, sinchè questi non muoiono, e, in modo anche più feroce e implacabile, si accanisce contro l’uomo per sottometterlo e schiacciarlo. Perchè l’uomo, fra tutti gli esseri viventi, è il più agitato e non trova requie e non è mai stanco, e il Wild odia il moto.
Intanto, davanti e dietro la slitta, indomiti e senza scoraggiarsi, scarpinavano i due uomini ancora vivi. Essi erano coperti di pelliccia e di cuoio morbido conciato. Il loro fiato, gelando come quello dei cani, aveva ricoperto di cristalli ghiacciati le loro ciglia, le guance, le labbra, tutta la persona, così ch’era impossibile distinguere l’uno dall’altro. Sembravano becchini mascherati che accompagnassero, verso un mondo soprannaturale, il feretro di qualche fantasma. Ma sotto quella maschera c’erano uomini che avanzavano ad ogni costo, su quella terra desolata, sprezzanti, ironici e beffardi, erti e impassibili come l’infinito abisso dello spazio. Avanzavano con i muscoli tesi, evitando ogni sforzo inutile, e facendo economia persino del respiro. Intorno intorno ad essi si stendeva il silenzio, il silenzio che pareva schiacciarli col suo greve peso, come l’acqua sul corpo del palombaro, che gli grava addosso sempre più, a mano a mano ch’egli sprofonda nell’Oceano.
Trascorse un’ora, poi mezz’ora, e la livida luce del giorno, una luce senza sole, stava per spegnersi, allorchè, improvvisamente, s’udì un grido debole e lontano, nell’aria tranquilla. Poi il grido ingrandì, a sbalzi, sinchè non divenne acuto, e insistette, così, poi cessò. Sarebbe parso il richiamo di un’anima perduta, senza quel non so che di selvaggio e feroce che l’improntava: era uno strepito ardente e bestiale, uno schiamazzo di affamato che vuole la sua preda.
L’uomo che era davanti volse la testa in modo da incontrar lo sguardo dell’uomo che era dietro, e, al disopra della cassa rettangolare posta sulla slitta, tutt’e due fecero un segno d’intesa.
Risuonò un altro grido, nel silenzio. I due uomini ne stabilirono la provenienza: veniva dietro di loro, lungo la distesa di neve che avevano attraversata. Un terzo grido rispose agli altri; proveniva anch’esso di dietro le loro spalle e a sinistra del secondo grido.
— Ci seguono, Bill, — fece l’uomo che era davanti.
La voce risuonò, rude e come irreale: pareva ch’egli avesse fatto uno sforzo per parlare.
— La carne è scarsa, — aggiunse il compagno. — Da parecchi giorni non vedo neppure la traccia di un coniglio.
Quindi tacquero; ma tendevano l’orecchio verso quello strepito di caccia che ingrandiva dietro di essi.
Quando fu notte fatta, gli uomini staccarono i cani e li istallarono, in riva al fiume, in una macchia di abeti, poi a una certa distanza dagli animali, posero l’accampamento. La bara, accanto al fuoco, servì, insieme, da sedia e da tavola. I cani lupi brontolavano e rissavano tra loro, ma non tentavano di fuggire, nè di salvarsi nelle tenebre.