Enrico acconsentì, e Bill, con mille precauzioni, avvicinò a sè il fucile; ma aveva fatto appena il gesto d’imbracciarlo, ed ecco la lupa, con un salto di fianco, sparire, fuori di tiro, fra gli abeti.
I due compagni si guardarono; Enrico fischiettò, con aria d’intelligenza, e Bill, dominandosi, rimise a posto il fucile.
— Dovevo aspettarmelo, — disse. — Un lupo che la sa tanto lunga, da venire a spartire il cibo con i nostri cani, deve costarci molto caro: ma io, com’è vero che mi chiamo Bill, lo distruggerò; e giacchè, è troppo scaltro per essere ucciso allo scoperto, l’andrò a scovare.
— Se volete tentare di abbatterlo, fatelo qui, — consigliò Enrico. — Ammesso pure che le vostre cartucce uccidano tre bestie, se sopravviene la torma e vi circonda, le altre si vendicheranno su di voi.
Accamparono di buon’ora, quella sera. I tre cani superstiti avevano tirato lentamente la slitta, e s’erano stancati prima del tempo. I due uomini dormirono con un occhio aperto; il cerchio dei nemici s’era stretto attorno nuovamente, così che bisognava alzarsi senza soste per attizzare il fuoco e non lasciare languire la fiamma.
— Ho udito dei marinai, — disse Bill, — parlare dei pescicani di terra. Nelle loro faccende, queste bestie ne sanno più di noi; sanno che fra breve ci avranno.
— Vi hanno già preso mezzo, — ribattè Enrico, ruvidamente, — se vi abbandonate a questi discorsi. Quand’uno si dichiara perduto, è bello e spacciato. Confessando di esserlo, voi siete mezzo divorato.
— Ne hanno divorati tanti che valevano quanto voi e me, — rispose Bill.
— Basta, basta! voi volete soverchiare un po’ troppo.
Ed Enrico voltò le spalle a Bill, bruscamente, aspettandosi l’irritazione del compagno, ch’egli sapeva di carattere violento e collerico. Ma Bill non rispose nulla.