Poi la slitta riprese la corsa dietro i cani che ansimavano, pieni di slancio, perchè sapevano anch’essi che il canile del forte M’Gurry era la loro salvezza. Ma i lupi non erano rimasti lontano e avevano ricominciato l’inseguimento, ormai apertamente. Essi trotterellavano tranquillamente dietro la slitta, disposti in file parallele, con le lingue pèndule, i fianchi magri sui quali si movevano le costole, accompagnando ogni movimento.

Enrico non poteva non ammirare, come quelle bestie reggessero ancora sulle loro zampe, senza sprofondare nella neve.

A mezzogiorno, verso il Sud, non apparve solo un riflesso di sole, ma il sole stesso, emergendo dall’orizzonte, pallido e dorato nella parte superiore. Enrico ne trasse un buon presagio; riapparso il sole, i giorni s’allungavano. Ma fu una gioia di breve durata; quasi subito la luce s’attenuò, ed egli non tardò a predisporsi per la notte: avrebbe impiegato quelle poche ore di chiarore grigiastro e di velato crepuscolo, che rimanevano, per tagliare una gran quantità di legna da far fuoco.

Con la notte, ritornò il terrore, e fu il massimo.

Enrico era angustiato, più che dai lupi, dal bisogno di dormire. S’addormentò infatti senza accorgersene, raggomitolato presso il fuoco, con le coperte sulle spalle, l’accetta fra le ginocchia, un cane a destra e l’altro a sinistra. In quello stato di dormiveglia, egli intravvedeva tutta la torma che lo contemplava, come un pasto ritardato ma certo, e gli pareva di vedere tanti ragazzi attorno ad una tavola imbandita, in attesa del permesso di cominciare a mangiare.

Poi, irresistibilmente, le palpebre gli si ripiegavano ed egli esaminava il suo corpo con attenzione che gli era insolita. Si toccava i muscoli e li contraeva, interessandosi in modo straordinario al loro movimento; alla luce del fuoco, apriva le dita, distendeva o piegava le falangi delle dita, sorpreso dell’obbedienza e dell’elasticità della sua mano che, bruscamente o dolcemente, trepidava secondo la volontà di lui, sino alla punta delle unghie.

E, come affascinato, si sentiva preso da infinito amore per quel corpo mirabile, al quale non aveva, sin’allora, mai badato; da tenerezza infinita per quella carne viva, destinata a saziare fra breve quei bruti, a essere ridotta a brandelli. Che cos’era egli ormai? Nient’altro che cibo per delle zanne fameliche, nutrimento d’altri stomachi, simile agli alci ed ai conigli, di cui egli s’era tante volte cibato.

A pochi piedi di distanza, la lupa dai riflessi rossi, era accosciata sulla neve e lo guardava, con uno sguardo penoso. I loro sguardi s’incontrarono, ed egli comprese agevolmente ch’essa se lo godeva già, a giudicare dalla gola che si spalancava ghiottamente, scoprendo le zanne bianche, sino alla radice.

La saliva le scolava dalle labbra, ed essa se la leccava. Allora Enrico ebbe un sussulto di spavento: fece un gesto brusco per impadronirsi di un tizzo e lanciarlo sulla lupa; ma questa con eguale rapidità, scomparve. Allora egli ricominciò a osservare la sua mano, con senso di adorazione, a esaminare, l’uno dopo l’altro tutte le sue dita e come si adattassero perfettamente alle rugosità del ramo che egli brandiva.

Poi, siccome, il suo dito mignolo correva il rischio di scottarsi, lo ripiegò delicatamente, tenendolo un po’ discosto dalla fiamma.