Pure, la notte passò senza accidenti di sorta, e apparve il mattino. Per la prima volta, la luce del giorno non disperse i lupi: invano l’uomo attese la loro partenza; essi stavano in cerchio attorno a lui e al fuoco, con un’insolenza che gli avviliva ogni coraggio ritornatogli con la luce crescente. Ciò nonostante, egli tentò uno sforzo sovrumano per rimettersi in cammino.

Ma aveva appena riposta la slitta sul sentiero e s’era scostato di pochi passi dalla protezione del fuoco, allorchè un lupo, più audace degli altri, gli si lanciò addosso. La bestia calcolò male lo slancio: fece un salto troppo corto, i suoi denti, stridendo, afferrarono il vuoto, mentre Enrico per difendersi, faceva un balzo di lato, poi, indietreggiando verso il fuoco, fece piovere una quantità di tizzoni ardenti fra gli altri lupi, che, eccitati dall’esempio, s’erano drizzati in piedi e si preparavano già a gettarglisi addosso.

Rimase assediato tutta la giornata e poichè la legna era quasi esaurita, egli distese progressivamente il fuoco verso un’abete secco che s’innalzava a poca distanza e che egli riuscì, così, ad avvicinare; abbattè l’albero e passò il resto del giorno a preparare, per la notte, rami e fascine.

La nuova notte, fu angosciosa come la precedente, con quest’aggravante, che il bisogno di dormire diventava, per l’uomo, sempre più irresistibile. Enrico, nella sua sonnolenza, vide la lupa accostarsi a lui, al punto ch’egli, brandito un tizzone acceso, potè, con un gesto meccanico, piantarlo nella gola della bestia. La lupa urlò dal dolore e diede un balzo: egli sentì l’odore di strinato della carne e guardò la bestia scuotere la testa con furore.

Poi, per timore, di abbandonarsi a un profondo sonno, Enrico si legò alla mano destra un tizzo di abete, affinchè la bruciatura della fiamma lo svegliasse quando il ramo fosse consumato, e ripetè più volte quell’espediente. Ogni qual volta la fiamma, toccandolo, lo faceva sussultare, egli alimentava il fuoco e coglieva l’occasione per lanciare ai lupi, una pioggia di tizzoni incandescenti che li tenevano momentaneamente a bada. Ma giunse il momento in cui il ramo, mal legato, si distaccò dalla mano senza ch’egli se ne accorgesse. Addormentatosi, egli sognò. Gli parve d’essere nel forte di M’Gurry; il luogo era caldo e comodo, ed egli giuocava con l’agente della fattoria. Il forte era assediato dai lupi che urlavano al cancello d’ingresso; egli e il compagno interruppero un momento il giuoco per ascoltare i lupi, e ridendo dei loro sforzi inutili; ma di botto s’udì uno schianto; la porta aveva ceduto e i lupi invadevano la casa, precipitando su di lui e sul compagno, con un crescendo d’urli tali, ch’egli ne aveva la testa come rotta.

A questo punto si svegliò e il sogno si accostò alla realtà; i lupi urlanti gli erano addosso e già uno di essi aveva addentato un braccio. Con un movimento istintivo, Enrico saltò nel fuoco e il lupo lasciò la preda, dopo avere fatto un largo squarcio nella carne.

Allora cominciò una battaglia di fiamme; protette le mani dai grossi guantoni, Enrico raccolse i carboni ardenti, a piene manciate, e li lanciò in aria, in tutte le direzioni. L’accampamento era come un vulcano in eruzione. Enrico si sentiva gonfiare la faccia, bruciare ciglia e sopracciglia, e, ai piedi, un calore che diventava intollerabile. Con un tizzone in ciascuna mano, egli s’arrischiò a fare qualche passo avanti: i lupi avevano indietreggiato. Egli lanciò loro i due tizzoni, poi fregò con la neve i guantoni carbonizzati e nella neve battè i piedi per raffreddarli. Dei due cani non rimaneva alcuna traccia: essi avevano, senza dubbio, fornito altro pasto ai lupi, continuando la serie delle vittime, ch’era cominciata parecchi giorni prima con «Palla di Sego», e sarebbe finita, probabilmente fra breve, con lui.

— Ma non mi avete ancora! — gridò egli, con voce selvaggia, alle bestie affamate, che gli risposero, come se avessero capito quel che diceva, con un’agitazione generale e con mugolii ripetuti.

Mettendo in esecuzione un nuovo disegno difensivo, egli formò un cerchio con una serie di fascine, disposte torno torno, e le accese; poi si collocò nel centro di quella specie di baluardo di fuoco, disteso sul suo materasso per ripararsi dalla umidità glaciale e dalla neve che il calore liquefaceva, e rimase immobile.

I lupi, non vedendolo più, vennero ad assicurarsi attraverso le cortine di fiamme se la preda fosse ancora là, e, rassicuratisi, ripresero l’attesa paziente, riscaldandosi al fuoco benefico, stirando le membra e ammiccando beatamente con gli occhi. La lupa s’acculò, puntò il naso verso una stella e cominciò un lungo ululato; a uno a uno, gli altri lupi l’imitarono e tutta la torma, acculata, col naso verso il cielo, urlò dalla fame.