La lotta fu breve: il «ptarmigan» si dibatteva nella neve, e faceva, per riprendere il volo, un nuovo e vano sforzo: il vecchio lupo affondò i suoi denti nella carne delicata e cominciò a divorare la sua vittima. Poi ricordò, a un tratto, e, ritornato sui suoi passi, riprese il cammino della tana, trascinandosi il «ptarmigan» coi denti.
Mentre trotterellava silenziosamente, secondo il solito, scivolando come un’ombra, continuando a osservare il suolo, e le tracce che potevano esservi impresse, rivide le larghe impronte già incontrate. Esse andavano lungo la stessa direzione, ed egli le seguì aspettandosi da un momento all’altro di scoprire l’animale che aveva impresso così il suo passaggio.
Nel girare attorno a uno dei massi, che fiancheggiavano il torrente dov’era giunto, scorse l’autore delle impronte, e, a quella vista, s’appiattì istantaneamente sul suolo. Era una grossa femmina di lince, distesa, come lui, al mattino, di faccia alla stessa palla impenetrabile e irsuta.
Da ombra ch’egli era, divenne l’ombra di quell’ombra; si ripiegò su se stesso, e strisciando, si accostò, avendo cura di non essere sotto il vento di fiuto delle due bestie, immobili e mute. Poi, deposto il ptarmigan, accanto a lui, s’allungò sulla neve e attraverso i rami di un’abete, che col loro fitto fogliame arrivavano sino a terra, egli osservò quel dramma della vita, che gli si svolgeva davanti. La lince e il porcospino attendevano: tutti e due volevano vincere, e per l’una il diritto dell’esistenza consisteva nel mangiar l’altro, per l’altro consisteva, nel non essere mangiato: a questi due diritti il vecchio lupo aggiungeva il suo, e forse un capriccio della sorte gli avrebbe dato ragione, e con essa, parte della carne.
Passò una mezz’ora, un’ora, e nulla di nuovo accadeva: la palla spinosa era come pietrificata, immobile, e la lince pareva inerte, come un blocco di marmo, e il vecchio lupo, morto. Eppure, la tensione vitale di quelle tre bestie in apparenza inerti, era al colmo del parossismo, toccava quasi il massimo della loro pazienza dolorosa.
«Un Occhio» fece un lieve movimento, e osservò con interesse crescente; qualche cosa accadeva: il porcospino, pensando che l’avversario fosse partito, con molta precauzione, con movimenti lenti, svolse la sua invincibile armatura, e, lentamente lentamente, si allentò e allungò, mentre il vecchio lupo si sentiva le fauci umettate di saliva, davanti a quella carne vivente che gli si stendeva a piacere davanti.
Il porcospino non s’era ancora interamente svolto, quando scoprì il nemico: nello stesso istante, rapida come la folgore, la lince colpì: la zampa dagli artigli di acciaio, ricurvi come uncini, raggiunse il ventre morbido, e, ritrattasi, con brusco strappo, lo squarciò. Ma il porcospino aveva vista la lince un millesimo di secondo prima di ricevere il colpo, e bastò quell’attimo perchè egli piantasse, con un colpo della coda, una messe di aculei nella zampa che si ritirava. Al grido d’agonia della vittima, rispose istantaneamente l’urlo di sorpresa e di dolore dell’enorme gatto.
«Un Occhio» che s’era raddrizzato, puntava le orecchie e dimenava la coda, mentre la lince, che aveva prima indietreggiato, si lanciava così, con un balzo selvaggio, sull’autore delle ferite. Il porcospino che, mugolando e grugnendo, tentava invano di ripiegare, per difendersi, le sue povere membra spezzate, ebbe ancora la forza di distendere la coda, e di colpire il felino. La lince, di cui il naso era diventato una palla mostruosa, starnutò, ruggì e tentò di liberarsi, con l’aiuto delle zampe, dagli aculei feroci. Trascinò il naso nella neve, lo fregò contro gli alberi e dei cespugli, e, così facendo, saltava su di sè, avanti e indietro, di fianco, abbandonandosi a ruzzoloni d’acrobata, a capriole folli, in una frenesia di sofferenza e di spavento.
Il vecchio seguitava a osservare: vide con un certo spavento, e sentendosi rizzare il pelo sul dorso, la lince che aveva di botto cessato le sue capriole, ribalzare in aria con l’ultimo salto più alto degli altri, lanciando un grido lungo e disperato, e slanciarsi lungo il sentiero davanti a lui, urlando a ogni passo.
Solo allorchè quei gridi si dispersero, in lontananza, il vecchio lupo si arrischiò a muoversi dal nascondiglio, e ad avanzarsi verso il porcospino. Camminò con cura sulla neve, come se fosse cosparsa di aculei, pronti a penetrare nella pianta sensitiva dei suoi piedi. Il porcospino, all’accostarsi dell’animale, lanciò un grido di battaglia, e fece stridere i suoi lunghi denti: era riuscito ad arrotolarsi nuovamente, ma senza formare, come prima, una palla perfetta e compatta: aveva i muscoli troppo profondamente feriti, e, mezzo squarciato, sanguinava abbondantemente.