«Un Occhio» cominciò coll’addentare e masticare grosse boccate di neve impregnate di quel sangue: sentitala buona, l’inghiottì. Così aguzzò l’appetito e accrebbe gli stimoli della fame. Ma egli era troppo vecchio e navigato, per poter dimenticare la sua prudenza solita: attese, mentre il porcospino seguitava ad arrotare i denti, e a lanciare gridi varî, lamenti e grugniti interrotti da strilli acuti; sinchè, un tremito agitò la bestia agonizzante, e gli aculei si abbassarono. Poi il tremito cessò, i lunghi denti stridettero per l’ultima volta, tutti gli aculei ricaddero, e il corpo disteso non si mosse più.

Con brusco colpo di zampa, «Un Occhio» rivoltò sulla schiena il porcospino: vide che stava immoto, doveva essere certamente morto. Dopo aver attentamente esaminato come esso era fatto, il vecchio lupo se lo prese tra i denti, con precauzione, e sentì il dovere di portarselo via, un po’ trascinandolo, un po’ sollevandolo, allungando il collo per tenere discosta la massa spinosa dal suo corpo. Poi ricordò d’aver dimenticato qualche cosa, e, posato a terra il fardello, trotterellò verso il punto dove aveva lasciato il ptarmigan. E circa la sorte dell’uccello, decise subito: se lo mangiò, poi, tornato indietro riprese il porcospino.

Quando giunse alla caverna, coi frutti della caccia della giornata, la lupa osservò quel che portava, e, voltandosi verso di lui, gli leccò leggermente il collo; poi, subito, brontolò, come per avvertirlo, di non accostarsi troppo ai lupetti. Ma era un brontolio meno minaccioso di prima, meno rauco, come di scusa. Il timore istintivo della lupa, contro il padre della sua prole, veniva meno, giacchè il vecchio lupo si comportava come un buon padre, e non pensava punto a divorare i suoi figlioli.

VI. IL LUPETTO GRIGIO.

Differiva dai fratelli e dalle sorelle, il cui pelo era di una tinta rossa simile a quella della madre, mentr’egli invece era, in tutto e per tutto, come il padre. Era il solo lupetto grigio della figliolanza, e discendeva direttamente dalla specie dei lupi, differendo da «Un Occhio» solo in questo, che, anzichè uno, possedeva due occhi.

Prima che quegli occhi si aprissero, il lupetto acquistò, col tatto, la nozione elementare degli esseri e delle cose, e conobbe i suoi due fratelli e le due sorelle. Tastando, incominciò a giocare con essi senza vederli, e già imparava a brontolare; le sue piccole fauci, che egli faceva vibrare per emettere dei suoni, sembrava che stridessero quando si adirava.

Mediante il tatto, il gusto e l’odorato, conobbe sua madre, fonte di calore, di fluido nutrimento e di tenerezza; sentiva soprattutto che essa aveva una lingua graziosa e carezzevole che gli passava sul corpo delicato per renderlo più soffice ancora, una lingua di cui essa si serviva per riaccostarlo senza posa a lei, premervelo e addormentarlo.

Così, per lo più, trascorse il primo mese di vita del lupetto; poi gli occhi gli si aprirono, ed egli imparò a distinguere meglio il mondo che lo circondava.

Quel mondo era immerso nell’oscurità, ma il lupetto ignorava la cosa, non avendo visto altro mondo; la luce che i suoi occhi percepivano era infinitamente debole, ma egli non sapeva che ci fosse altra luce.

Poi quel mondo era piccolissimo, limitato dalle pareti della tana, ma il lupetto non ne risentiva alcuna oppressione, giacchè il vasto mondo di fuori gli era ignoto. Senonchè, aveva rapidamente scoperto che una delle pareti del suo universo, l’entrata della caverna, donde filtrava la luce, era diversa dalle altre; aveva fatto quella scoperta quand’era ancora inconscio del suo pensiero, prima che gli occhi gli si aprissero e guardassero davanti a sè. La luce aveva colpito le sue ciglia chiuse, producendo, attraverso il loro velame, delle lievi pulsazioni dei nervi ottici, dove s’erano accesi piccoli lampi di luce, d’un’impressione deliziosa.