Verso la luce, in un’attrattiva irresistibile, aveva teso ogni fibra del suo essere vivente; verso di essa si era voltato il suo corpo, come la sostanza chimica della pianta gira da sè verso il sole.
Da allora, egli aveva meccanicamente strisciato verso l’interno della caverna, e i suoi fratelli e le sorelle avevano fatto come lui.
Neppure una volta essi si erano diretti verso gli angoli bui delle altre pareti. Tutti quei corpiccioli paffutelli, simili a piantine, strisciavano ciecamente verso la luce del giorno, che era per essi una necessità vitale, e tendevano ad aggrapparsi come i viticci della vigna al palo che la sostiene. In seguito, quando crebbero un po’ e nacque in essi la coscienza individuale, con desiderî e impulsi, l’attrazione della luce aumentò; senza posa essi strisciavano e si offrivano ad essa, respinti dalla loro madre. Fu allora, così, che il lupetto grigio conobbe altre qualità di sua madre, diverse da quelle della lingua dolce e carezzevole. Nella sua insistenza a strisciare verso la luce, apprese che la lupa aveva un naso col quale essa gli dava un colpo bene assestato, e, in seguito, una zampa colla quale essa lo rovesciava sul dorso e lo faceva rotolare come un barilotto, dandogli delle pacche vivaci e ben calcolate.
Egli seppe così che quelli erano i colpi, i rischi nei quali incorreva volontariamente, e seppe anche il modo di agire per evitarli. Era l’inizio delle sue generalizzazioni sul mondo: agli atti meccanici succedeva la conoscenza delle cause.
Egli era un fiero lupetto, carnivoro come i fratelli e le sorelle, giacchè gli antenati erano stati uccisori e divoratori di carne, e di sola carne vivevano il padre e la madre.
Lo stesso latte che aveva succhiato appena nato, non era altro che carne mutata direttamente in latte. E ora, all’età di un mese, avendo, da una settimana, aperto gli occhi, cominciava anch’egli a mangiare carne masticata ed elaborata dalla lupa che dalla sua gola la faceva passare, imboccandoli, nella gola dei cinque lupetti, in aggiunta al latte delle mammelle.
Quel lupetto era il più robusto della figliolanza, e aveva una voce che gli echeggiava più sonora in gola. Per primo, egli apprese il modo di far ruzzolare, con un accorto colpo di zampa, uno dei suoi piccoli compagni, e per primo, afferrandone uno per l’orecchia, lo rovesciò e calpestò, ringhiando senza aprir le mascelle.
E, più di tutti, egli diede un gran daffare a sua madre, per trattenerlo presso di lei, lontano dalla caverna.
L’attrattiva della luce del giorno lo affascinava, sebbene egli non sapesse che cosa fosse una porta e vedesse nell’entrata della caverna come un muro luminoso; muro che era il sole dell’universo, la candela di cui egli era la falena. E si accaniva ostinatamente in quella direzione, senza sapere che ci fosse qualche cosa di là.
Quel muro di luce era strano per lui. Suo padre, ch’egli aveva imparato a riconoscere come un essere simile a sua madre, e che portava della carne da mangiare, aveva un modo tutto particolare di camminare nel muro, di allontanarsi e sparire. Il lupetto non sapeva spiegarsi la cosa: egli aveva tentato di avanzare negli altri muri della caverna, ma questi avevano urtato rudemente contro la punta delicata del suo naso, e dopo aver ripetuto più volte l’esperimento, si era tenuto finalmente tranquillo. Egli accettò il potere che possedeva suo padre come una facoltà speciale, così come il latte e la carne mezzo digerita, erano particolarità caratteristiche di sua madre.