Inoltre, cadeva dal sonno. Si mise dunque in cammino, in preda a una sensazione di solitudine e di crudele abbandono, per ritornare alla caverna e ritrovare la madre.

Stava strisciando sotto alcune frasche, quando udì un grido acuto che lo intimidì molto, e vide un chiarore gialliccio passargli rapidamente davanti agli occhi. Egli guardò e scorse una donnola, una piccola cosa viva della quale, pensò egli, non c’era da aver paura.

Più vicino a lui, quasi fra le sue zampe, si moveva un’altra cosa viva, ma oltremodo piccola, questa, lunga soltanto pochi pollici, una piccola donnola che, come lui, disubbidendo alla madre, se ne andava alla ventura. Pareva che essa tentasse di scappare, ma egli la rivoltò con un colpo di zampa, e la bestiola, allora, fece udire uno strano grido stridulo al quale rispose il grido acuto di poco prima, e immediatamente il chiarore gialliccio ripassò davanti agli occhi del lupetto.

Nello stesso tempo, egli avvertì un urto dalla parte del collo e sentì i denti di acciaio della donnola madre conficcarglisi nelle carni.

Mentre egli guaiva e gemeva e si gettava indietro, la donnola madre saltò sulla sua prole e disparve con essa nel folto degli alberi. Più che il dolore della ferita, il lupetto sentiva la sorpresa di quell’aggressione. Com’era, dunque? Quella donnola madre così piccola, era, pure, tanto feroce? Egli ignorava che sebbene piccola e leggera di peso, la donnola era l’animale più vendicativo e temibile tra gli uccisori nel Wild, ma doveva impararlo a proprie spese.

Gemeva ancora, allorchè la donnola madre ritornò. Ora che il suo piccolo era al sicuro, ella non balzava, ma si accostava prudentemente, cosicchè il lupetto ebbe tutto il tempo di osservare il corpo sottile e lungo, flessuoso come quello d’un serpe, al quale assomigliava nella testa nervosa e drizzata. Al grido acuto ed aggressivo di lei, il lupetto si sentì rizzare il pelo sulla schiena, e rispose ringhiando e minacciando a sua volta. Essa si accostò ancora, lo strinse presso, poi eseguì un balzo, con un salto così rapido, che la vista inesperta del lupetto non potè seguirlo; egli la vide per un momento sparire davanti ai suoi occhi, ma se la sentì attaccata alla gola, nel pelo e nella carne dov’essa affondava i suoi denti.

Egli tentò dapprima di ringhiare e di combattere, ma era troppo giovane, e usciva per la prima volta nel mondo. Il ringhio si mutò in lamento ed egli lottò nello sforzo per isfuggire. Appesa alla gola del lupetto, essa scavava coi denti per cercarvi l’arteria dove bolliva il sangue della vita, che a lei piaceva attingere di lì.

Il lupetto stava per morire e noi non potremmo continuar la storia se la madre lupa non fosse accorsa, balzando attraverso le frasche. La donnola, lasciato il lupetto, si lanciò alla gola della lupa, non la colse, ma si attaccò alla mascella: la lupa scotendo il capo come un colpo di staffile, si liberò dalla presa, lanciò violentemente la donnola in aria, e, prima che il sottile corpo giallo ricadesse, l’afferrò a volo; le sue zanne strinsero la donnola come in una morsa, nella quale essa trovò la morte.

Il lupetto diede motivo ad un nuovo slancio di affetto da parte della madre, che lo fiutava, lo accarezzava e gli leccava le ferite prodotte dai denti della donnola. Pareva che la gioia d’averlo ritrovato fosse maggiore della gioia che egli provava nell’essere stato ritrovato. Madre e figlio divorarono la bevitrice di sangue, poi se ne tornarono alla caverna, dove si addormentarono.

VIII. LA LEGGE DELLA CARNE.