Cominciò coll’accompagnare sua madre a caccia e prender parte alla lotta; imparò ferocemente a uccidere e a nutrirsi della vittima. Ora vedeva tutto il mondo vivente diviso in due categorie: la prima, che comprendeva lui e sua madre; la seconda, nella quale erano compresi tutti gli altri esseri che vivevano e si muovevano.
Questi, a loro volta, si distinguevano in due specie: quelli che come lui e sua madre uccidevano e divoravano, e quelli che non sapevano uccidere o uccidevano malamente. Donde la legge suprema: la carne viveva di carne, la vita sulla vita. C’erano i divorati e i divoratori, secondo la legge: Divora o sarai divorato.
Senza formularla, senza ragionarci su, senza pensarci neppure, il lupetto viveva secondo questa legge. Infatti egli aveva divorato i piccoli del ptarmigan, il falco aveva divorato la madre ptarmigan, poi avrebbe voluto divorare lui che, però, diventato più forte, aveva tentato, a sua volta di divorare il falco.
Egli, il lupetto, aveva mangiato il piccolo della lince, e la lince madre avrebbe divorato lui se essa, a sua volta, non fosse stata uccisa e divorata.
Questa era la legge comune a tutti gli esseri viventi. La carne di cui egli si nutriva e che gli era necessaria per esistere, correva davanti a lui sul suolo, volava nell’aria, si arrampicava sugli alberi o si nascondeva nella terra; bisognava combattere con essa per conquistarla, chè, se voltava le spalle, era essa a corrergli dietro. Cacciatori e cacciati, divoratori e divorati, caos di ghiottoneria senza perdono e senza fine, ecco il mondo, come avrebbe potuto definirlo il lupetto se fosse stato poco filosofo, al modo degli uomini.
Ma la vita, con i suoi impulsi, aveva anche delle attrattive: sviluppare ed esercitare i muscoli, era per il lupetto un piacere senza fine; l’inseguimento della preda per balzarle poi addosso, era fonte di sensazioni e di fremiti deliziosi.
Furore e battaglie, davano gioia; persino il terrore e il mistero dell’ignoto avevano le loro attrattive.
Poi, a ogni fatica seguiva il compenso, la soddisfazione; prima fra tutte, quella dello stomaco pieno e d’un buon sonno ristoratore ai caldi raggi del sole. Perciò il lupetto non si lagnava nè della vita, che ha la sua ragione d’essere sufficiente, pel solo fatto che esiste, nè dell’ostilità del mondo che gli era attorno. Egli era pieno di umor vitale, beato e soddisfatto di sè.
IX. I CREATORI DEL FUOCO.
Su di essi all’improvviso, cadde il lupetto. La colpa fu sua: aveva mancato di prudenza e camminava senza vedere. Ancora greve di sonno, (aveva cacciato tutta la notte e s’era allora svegliato) lasciata la caverna, era, trotterellando, disceso verso il torrente per andare a bere. A dir la verità, su quel sentiero a lui familiare, nessun accidente gli era mai capitato.