Allora uno degli uomini lanciò un grido: — Kisce! — gridò egli con una esclamazione di sorpresa.

Il lupetto sentì, a quella voce, vacillare sua madre.

Kisce! — gridò nuovamente l’uomo, e questa volta con durezza, con un tono di comando.

E il lupetto vide sua madre, la lupa impaurita, piegarsi sino a toccare il ventre al suolo, gemendo e dimenando la coda, con i soliti segni di sottomissione e di pace.

Il lupetto non comprendeva nulla di quegli atti: si sentiva dominato nuovamente dal terrore dell’uomo, da un istinto che non l’aveva ingannato, al quale ubbidiva anche sua madre, rendendo anch’essa omaggio all’animale uomo.

L’indiano che aveva parlato le si accostò; le posò la mano sul capo, e lei si appiattì sempre più verso il suolo. Non brontolava nè tentava di mordere. Anche gli altri indiani si erano avvicinati, e aggruppatisi attorno alla lupa, la palpavano e l’accarezzavano senza suscitare in lei la minima velleità di resistenza e di ribellione.

I cinque uomini erano molto eccitati e facevano un gran vociare; ma poichè quel vocìo non pareva punto minaccioso, il lupetto si decise a coricarsi presso sua madre, drizzandosi di tanto in tanto, ma facendo il possibile per sottomettersi.

— Quello che succede non è affatto sorprendente, — disse uno degli indiani. — Il padre di Kisce era un lupo; vero è che sua madre era una cagna, ma mio fratello dimenticò di legarla nel bosco, per tre notti durante la stagione dagli amori, e un lupo la coprì.

— È passato un anno, Castoro Grigio, dacchè Kisce è fuggita.

— Tu conti bene, Lingua di Salmone: fu al tempo della carestia che noi soffrimmo, quando non avevamo più carne da dare ai cani.