Mentre la mano si abbassava, a poco a poco, una violenta lotta interiore avveniva nell’animale, fra diversi istinti in contrasto.

Egli non sapeva se doveva soltanto ringhiare o combattere; finalmente ringhiò sino a quando la mano non lo toccò, poi diede battaglia.

I suoi denti lucenti morsero, ma immediatamente egli riceveva a un lato della testa, su un osso, un colpo tale che lo fece oscillare.

Allora ogni istinto di lotta lo abbandonò e la bestiola ricominciò a gemere come un bambino, e l’istinto della sottomissione vinse tutti gli altri istinti.

Rialzatosi, egli si accosciò, miaulando, ma l’indiano, che egli aveva morsicato, era irritato, e il lupetto si ebbe un altro colpo dall’altra parte del capo, e guaì più forte.

Gli altri quattro indiani si scompisciavano dal ridere, al punto che il loro compagno rise anch’egli. Tutti quanti circondarono il lupetto e lo beffarono, mentre egli gemeva dal dolore e dal terrore.

A un tratto, bestia e indiani si posero in ascolto. Il lupetto sapeva che cosa annunziava quel rumore che si faceva udire, e cessando di gemere, lanciò un lungo grido che manifestava, ora, più gioia che spavento. Poi tacque ed attese, attese l’arrivo della madre, di sua madre liberatrice, indomabile e tremenda, che sapeva combattere così bene, e uccideva tutto ciò che le resisteva, e non aveva mai paura.

Essa arrivò correndo e brontolando; vista l’impronta del suo piccolo, si precipitava per soccorrerlo. Balzò in mezzo al gruppo, magnifica, trasfigurata, nella sua furiosa e inquieta maternità.

Quello sdegno protettore era un sollievo pel lupetto, che saltò verso di lei, con un piccolo grido di gioia, mentre gli animali uomini indietreggiavano in fretta, di parecchi passi.

La lupa si fermò presso il piccolo, che si stringeva a lei, e tenne testa agl’indiani. Sulla faccia e sul muso della bestia appariva una contrazione di minaccia che le piegava tutta la pelle sino agli occhi, in una prodigiosa e orribile smorfia di collera.