Sua madre udiva come lui dentro di sè la voce della vasta solitudine; ma un altro richiamo più forte sentiva dentro di sè, quello del fuoco dell’uomo; il richiamo che solo il lupo e il cane selvatico suo fratello, fra tutti gli animali, hanno sentito.
Kisce, voltatasi, incominciò a trotterellare lentamente verso il campo; più solida del legame materiale, del bastone che l’aveva tenuta legata, era per lei l’impresa dell’uomo. Gli dei, invisibili e misteriosi, la tenevano in loro potere e rifiutavano di lasciarla andare.
Zanna Bianca si distese sotto una betulla e pianse dolcemente. L’odore acuto degli abeti, la fragranza sottile dei boschi impregnavano l’atmosfera e facevano ricordare al lupetto la sua vita libera d’un tempo, prima della schiavitù.
Ma più che il richiamo del Wild e dell’uomo, poteva su di lui l’attrattiva di sua madre, essendo egli ancora piccolo. Non era ancora giunta l’ora dell’indipendenza.
Egli si rialzò desolato, e trottò anch’egli verso l’accampamento, facendo sosta, una volta o due, per sedere a terra, girare e ascoltare la voce che cantava in fondo alla foresta.
Il tempo, concesso a sua madre per l’educazione dei figli piccoli, e per mantenersi in loro compagnia, non è lungo nel Wild: e meno lungo ancora esso è sotto il dominio dell’uomo. Zanna Bianca ne fece la prova.
Castoro Grigio era debitore di Tre Aquile, che s’accingeva al percorso del fiume Makenzie sino al Gran Lago dello Schiavo.
Egli si sdebitò dandogli una tenda di tela scarlatta, una pelle d’orso, venti cartucce e Kisce.
Il lupetto vide sua madre condotta a bordo del canotto di Tre Aquile, e tentò seguirla, ma un colpo assestatogli dall’Indiano, lo respinse a terra, e il canotto si allontanò. Egli si slanciò nell’acqua e gli nuotò dietro, sordo ai gridi di richiamo di Castoro Grigio; era tale il terrore di perdere sua madre, che aveva perfino dimenticato il potere di un animale uomo e d’un dio.
Ma gli dei sono avvezzi ad essere ubbiditi, e Castoro Grigio, irritato, mise in acqua un altro canotto, inseguendo Zanna Bianca. Quando lo ebbe raggiunto, lo afferrò per la pelle del collo e lo trasse fuori dell’acqua, ma, tenendolo sospeso con una mano, lo picchiò ben bene con l’altra. Sì, fu proprio una buona pestata d’ossa: la mano era pesante e ogni colpo tale da lasciare il segno, e i colpi piovevano all’infinito.