Dal momento in cui la slitta si mosse, tutta la muta tenne dietro alle calcagna di Lip-Lip, in una caccia sfrenata, che durò tutto il giorno. Egli aveva tentato dapprima di rivolgersi contro i suoi inseguitori, geloso com’era della sua dignità offesa e pieno di sdegno; ma ogni qual volta tentava di farlo, il frustino di «cariboo» lungo trenta piedi, che Mit-Sak aveva in mano, gli staffilava il muso, costringendo il cane a tornare al posto e a ripartire di gran carriera.
Lip-Lip era tale da tener testa agli altri cani, chè non poteva esporsi alla terribile frusta che gli permetteva soltanto di mantener la corda tesa e i fianchi al riparo dei denti dei compagni.
Il giovane indiano ne pensò un’altra: per mantenere quell’inseguimento senza fine del capofila, Mit-Sak incominciò a favorire Lip-Lip a danno degli altri cani, dei quali accrebbe il rancore e la gelosia.
Gli dava della carne in loro presenza, escludendo gli altri, che diventavano perciò furiosi come pazzi, e mentre Lip-Lip mangiava, gli si arrabbiavano intorno. Quando non c’era carne, Mit-Sak, tenendo i cani a distanza, faceva credere di darne a Lip-Lip.
Zanna Bianca, da parte sua, s’era messo tranquillamente al lavoro. La corsa che aveva fatto quando era tornato a sottoporsi agli dei, era stata più lunga di quella che gli veniva imposta ora, eppoi sapeva, meglio degli altri cani, che era inutile ribellarsi.
Le persecuzioni di cui era stato oggetto da parte dei cani lo avevano sempre più spinto verso l’uomo. Dimenticata Kisce, la sua principale preoccupazione era ormai quella di rendersi bene accetto agli dei, ai quali si era sottoposto; perciò correva svelto, sempre pronto all’obbedienza. Egli possedeva in sommo grado quella buona volontà e fedeltà che sono caratteristiche del lupo e del cane selvaggio addomesticato.
Tranne durante il lavoro, egli non si strofinava con gli altri cani del tiro, ricordando i maltrattamenti di prima, quando Lip-Lip aizzava i cani contro di lui, i piccoli compagni. Ora toccava a Lip-Lip non allontanarsi troppo dalla protezione degli dei, giacchè, quand’egli si scostava da Castoro Grigio, da Mit-Sak o da Kloo-Kooch, tutti i cani gli piombavano addosso.
Zanna Bianca, a quello spettacolo, si godeva pienamente la gioia della vendetta; ma non aveva perdonato neppure agli altri cani, che picchiava con piacere, quando gli si offriva il destro, applicando integralmente la legge: Opprimere il debole, e ubbidire al forte.
Non ce n’era, fra essi, neanche il più audace, che osasse ormai rubargli la carne; accadeva, invece, che tutti divorassero in fretta il loro cibo, pel timore che il lupetto cercasse di rapire la loro parte.
Egli, da parte sua, mangiava la sua porzione precipitosamente e guai al cane che non avesse terminato il pasto; succedeva un ringhio, un lampeggiar di zanne, e al cane non rimaneva altro che sfogare il suo sdegno con le impassibili stelle, mentre Zanna Bianca finiva la carne dell’altro.