Così il lupetto creò attorno a sè un orgoglioso isolamento; i restii, se pur ce n’erano, erano costretti ferocemente a rigar dritto, giacchè Zanna Bianca aveva imposto ai suoi compagni una disciplina non meno severa di quella degli Dei.
Egli esigeva da loro un assoluto rispetto, considerando come colpa persino un tentativo di resistenza. Insomma era diventato un mostruoso tiranno, cosicchè, durante il viaggio, egli si trovò fra gli altri cani, piccoli e grandi, in una posizione veramente privilegiata.
Passarono parecchi mesi. Castoro Grigio proseguì il viaggio. Le forze del lupetto, a furia di correre sulla neve tirando la slitta, per lunghe ore, si erano sviluppate; l’educazione della sua mente era ormai compiuta. Egli aveva percorso tutto il giro del mondo nel quale viveva acquistandone una nozione materialista, tutt’altro che sentimentale; quel mondo gli era parso feroce e brutale, un mondo nel quale non c’erano nè affetti nè carezze; un mondo senza calore per i cuori, e senza attrattive per l’animo.
Egli non sentiva affetto per Castoro Grigio. Costui era un dio, è vero, ma un dio più selvaggio di tutti, un dio che non accarezzava mai, nè pronunziava una buona parola. Zanna Bianca, certamente, era lieto di riconoscere la sua supremazia fisica, all’egida della quale era venuto dal Wild, ma sentiva in sè qualche cosa di profondo, di cui Castoro Grigio non s’era mai accorto.
L’indiano faceva giustizia col bastone, e premiava il merito, non con una benevola carezza, ma solo coll’astenersi dal colpire. E quella mano dell’animale uomo, che avrebbe potuto essere così dolce per lui, sembrava al lupetto come uno strumento fatto per lanciar pietre, assestare colpi di mano e di frustino e di bastone, pizzicotti e dolorose tirate di pelo e di carne.
Anche più crudele della mano degli uomini, era quella dei ragazzi, quando egli s’imbatteva in un gruppo di questi, nell’accampamento d’indiani che la carovana incontrava.
Una volta aveva corso perfino il rischio di perdere un occhio per colpa di un timido e vacillante papoose (bambino di pellirosse).
Da allora aveva odiato i bambini; appena li vedeva corrergli incontro, con le loro mani del malaugurio, si affrettava a svignarsela.
Poco dopo quell’avventura, in un accampamento vicino al Gran Lago dello Schiavo, commise la prima infrazione della legge appresa da Castoro Grigio, secondo la quale era il più imperdonabile dei delitti mordere uno degli dei.
Com’era costume di tutti i cani, egli se ne andava per l’accampamento in cerca di nutrimento da rubare, e poichè un giovanotto, con un’accetta, spezzava della carne d’alce congelata, e dei minuzzoli di carne si spargevano sullo neve, Zanna Bianca, fermatosi, cominciò a mangiare quei minuzzoli, ma visto che il giovanotto, posata l’accetta, aveva afferrato un grosso bastone, fece un salto indietro, appena in tempo per evitare il colpo assestatogli.