Il giovanotto lo inseguì, e il lupetto, che non conosceva quel campo, non sapendo dove rifugiarsi, finì col trovarsi stretto fra due tende, con la schiena contro una scarpata di terra.
Non c’era per lui altra via di scampo se non il passaggio fra le due tende, che l’indiano, però, vigilava. Costui, col bastone in aria, s’avanzò pronto a colpire. Zanna Bianca era furibondo; conosceva già la legge della ruberia: secondo la quale i rimasugli di carne appartenevano al cane che li trovava.
Egli non aveva fatto alcunchè di male, nè infranto la legge, eppure quel giovane era là, pronto a batterlo. Fu un attimo. Uno scatto di collera, e prima che egli stesso e il giovane potessero rendersi conto di ciò che succedeva, costui si trovò rovesciato nella neve, con la mano che stringeva il bastone, tutta lacerata dai denti del lupetto.
Zanna Bianca sapeva che, agendo in quel modo, aveva violato la legge degli dei, per aver conficcato le zanne nella carne sacra di uno di essi, e che gli sarebbe seguito un terribile castigo.
Fuggì presso Castoro Grigio, e andò a coricarglisi dietro le gambe, quando vide arrivare il giovinotto morsicato che chiedeva vendetta, accompagnato dalla famiglia.
Ma nonostante le loro querele, quelli dovettero andarsene senza nessuna soddisfazione, giacchè Castoro Grigio, e poi Mit-Sak e Kloo-Kooch, presero le difese del lupetto.
Zanna Bianca ascoltava quella battaglia di parole, e seguiva con lo sguardo i gesti irritati delle due parti. E seppe così che il suo atto era non solo giustificato, ma anche che bisognava distinguere dio da dio; gli dei che erano con lui erano diversi dagli altri dei.
Dai primi doveva accettare tutto, sia la giustizia che l’ingiustizia, ma da questi altri non c’era obbligo di accettare le cose ingiuste, e aveva il diritto di difendersi, contro di essi, coi denti.
Questa era un’altra legge degli dei.
Prima che morisse il giorno, Zanna Bianca apprese dell’altro circa questa legge.