— Tre, e vorrei che fossero cento, per mostrare il fatto loro a quei dannati.

E agitò il pugno, con collera, verso gli occhi lucenti. Poi, slacciati a sua volta, i mocassini, li posò con cura davanti al fuoco.

— Desidererei proprio, anche, che questo freddo fosse spazzato. Abbiamo avuto 50 gradi sotto zero da due settimane. Volesse Iddio che non avessimo mai intrapreso un viaggio come questo, che ha preso una piega che non mi piace. La faccenda non va bene, lo sento. Ma giacchè ci siamo è bene ormai che termini al più presto, e non se ne parli più! Saremo felici quel giorno in cui ci troveremo, voi e io, nel forte M’Gurry, tranquillamente seduti accanto al fuoco, a giocare alle carte. Ecco quel che mi auguro!

Enrico emise un altro brontolìo e si ficcò nel letto. Ma mentre stava per addormentarsi, ecco Bill domandargli con vivacità:

— Dite, Enrico, perchè i cani non si sono lanciati addosso all’intruso, ch’è venuto ad unirsi alle nostre bestie e a beccarsi un pesce? Mi dà da pensare questa faccenda.

— Voi vi create troppe preoccupazioni, Bill — rispose Enrico, con voce assonnacchiata. — Prima non eravate così. Credo che digeriate male. Ma abbiamo discusso abbastanza! Dormite, altrimenti domani starete male in gamba. Voi vi rompete il cervello senz’alcuna ragione. E così i due compagni s’assopirono, con respiro grosso, a fianco a fianco sotto la stessa coperta.

Il fuoco cadde a poco a poco e gli occhi brillanti restrinsero il cerchio che formavano, ma allorchè due di essi s’avvicinarono più d’appresso i cani brontolarono, tra impauriti e minacciosi. A un punto, i loro gridi divennero così acuti che Bill si svegliò.

Egli scese dal letto con cautela per non turbare il sonno del compagno, e pose altra legna sul fuoco. Rialzatasi la fiamma, quel cerchio d’occhi indietreggiò. Bill lanciò uno sguardo sul gruppo dei cani, poi, sfregate le palpebre, tornò a guardare con maggior attenzione, e, ciò fatto, rificcatosi sotto le coperte, chiamò:

— Enrico... Oh! Enrico!

Enrico gemette, come fa uno quando è destato.