Egli è innegabile che la stessa loro posizione perpetuamente minacciata suscitò in questi principi una grande abilità personale: in una esistenza cotanto artificiale non poteva moversi con buon successo che un uomo di genio, che dovea provare col fatto di esser degno della signoria che teneva. I caratteri di ciascuno hanno in generale dei lati deboli assai pronunciati, ma pure in tutti vi era qualche cosa di ciò che allora costituiva il tipo ideale di un principe, quale se l'erano formato gl'Italiani. Qual regnante d'Europa, per esempio, può citarsi, che in quel tempo abbia fatto di più di Alfonso I per darsi una vera e soda cultura? Il suo viaggio in Francia, in Inghilterra e nei Paesi Bassi fu un vero viaggio di erudito, e gli procacciò effettivamente una conoscenza molto profonda del commercio e dell'industria di quei paesi.[86] Ella è cosa veramente stolta il rimproverargli, come altri fa, i lavori da tornitore, ai quali si dedicava nelle sue ore d'ozio, quando si sa che a questi andava congiunta un'abilità veramente magistrale nella fonderia dei cannoni e una liberalità superiore ad ogni pregiudizio nel saper attirare intorno a sè i maestri in ogni genere d'industria. — I principi d'Italia non si limitano, come i loro contemporanei del nord, a trattare esclusivamente con una nobiltà, la quale si crede l'unica classe degna di considerazione a questo mondo e trascina anche il principe in questo errore: in Italia il regnante può e deve conoscere ognuno, ed anche la nobiltà, sebbene ristretta in una data cerchia pel privilegio della nascita, nei rapporti sociali ha bisogno di un valore affatto personale e non di casta, come più innanzi avremo occasione di dimostrare.


I sentimenti dei Ferraresi verso questa casa regnante sono il più strano miscuglio di una tacita venerazione, di una devozione ben calcolata e riflessa, di una fedeltà e sudditanza intese affatto nel senso moderno: si sente che all'ammirazione personale si sostituisce già un nuovo sentimento, quello del dovere. La città di Ferrara eresse nel 1451 al principe Niccolò (morto nel 1441) una statua equestre in bronzo sulla pubblica piazza: Borso non esitò punto (1454) a collocare vicino ad essa la propria, pure in bronzo, ma seduta, ed oltre a ciò la città gli decretò, ancor nei primordi del suo reggimento, una «colonna trionfale di marmo». Un ferrarese, che all'estero (in Venezia) avea sparlato pubblicamente di Borso, al suo ritorno, denunciato, fu punito dal tribunale col bando e colla confisca dei beni, e poco mancò che un cittadino zelante sino al fanatismo non lo uccidesse dinanzi ai giudici: egli dovette però colla corda al collo venire dinanzi al duca e implorarne il perdono. In generale questo principato è molto ben provveduto di spie, e il duca stesso esamina dì per dì la lista dei forestieri, che gli albergatori sono rigorosamente tenuti di presentare. Di Borso si pretende che egli la esigesse innanzi tutto per viste di ospitale liberalità,[87] non volendo lasciar partire da Ferrara nessun ragguardevole forestiero, senza avergli reso onoranza: ma è certo che Ercole I invece riguardava la cosa come una semplice misura di sicurezza.[88] Anche in Bologna, sotto Giovanni II Bentivoglio, ogni forestiero che passasse di là, doveva, entrando in città, farsi rilasciare una cedola per poter poi uscirne.[89] — Grandissima popolarità si procaccia il principe quando improvvisamente priva d'ogni potere i pubblici funzionarii che ne abusano, quando, come fece Borso, arresta di propria mano anche i suoi più intimi consiglieri, quando destituisce vituperosamente, come fece Ercole I, un esattore, che per lunghi anni avea succhiato il sangue del popolo: egli è appunto allora che, in segno d'allegrezza, s'accendono fuochi e si suonano le campane. Ma con uno di costoro Ercole lasciò andar le cose troppo oltre, vogliamo dire col direttore di polizia o, come allora lo si chiamava, col capitaneo di giustizia, Gregorio Zampante di Lucca (perchè per ufficii di questo genere non sembrava adatto nessuno, che fosse nativo del luogo). Dinanzi a costui tremavano perfino i figli e i fratelli del duca: le ammende ch'egli infliggeva, ammontavano sempre a centinaia e a migliaia di ducati, e la tortura cominciava prima ancora del processo. Al tempo stesso però egli era tutt'altro che inaccessibile alla corruzione, e con menzogna sapeva procurare ai più grandi malfattori l'impunità e la grazia del duca. Non è a dire quanto caro i sudditi avrebbero pagato l'allontanamento di questo «nemico di Dio e degli uomini!». Ma Ercole invece l'aveva fatto suo compare e cavaliere, e il Zampante poneva in serbo ogni anno non meno di 2000 ducati, benchè in mezzo a questo egli continuasse a non cibarsi d'altro che di piccioni allevati in casa, nè si arrischiasse di uscire, se non accompagnato da un drappello di arcieri e di sgherri. Sarebbe invero stato tempo di sbarazzarsene; e poichè non lo faceva il duca, se ne incaricarono due studenti ed un ebreo battezzato, ch'egli aveva mortalmente offeso, e questi lo scannarono nella stessa sua abitazione (1496), mentre faceva la siesta, indi su cavalli tenuti pronti percorsero tutta la città, gridando: «fuori fuori, abbiamo ucciso il Zampante!» La truppa spedita ad inseguirli non giunse che troppo tardi, quando essi erano già pervenuti in luogo sicuro oltre al confine. Naturalmente piovvero d'ogni parte gli scherzi e le satire, le une sotto forma di sonetti, le altre sotto quella di canzoni. Ma, prescindendo da questi casi speciali, egli è affatto conforme all'indole di questo principato, che il sovrano detti altresì a tutta la sua corte e alla popolazione le attestazioni di stima, ch'egli vuole accordate a coloro che lo servono utilmente. Allorchè nel 1469 morì il consigliere intimo di Borso, Lodovico Casella, nessun ufficio e nessuna bottega nella città, come anche nessuna scuola nell'Università, rimase aperta nel giorno che lo si portò a seppellire, e ognuno dovette accompagnarne la salma a S. Domenico, perchè si sapeva che vi sarebbe andato anche il duca. Ed infatti egli — primo di casa d'Este, che abbia seguito il cadavere di un suo suddito — se ne veniva piangendo e vestito a bruno subito dopo la bara, e dietro di lui seguivano immediatamente, accompagnati ciascuno con uno dei grandi della corte, due congiunti del trapassato: e, finita la ceremonia religiosa, alcuni nobili portarono il corpo del borghese fuori della chiesa nella crociera del sagrato, dove fu sepolto. In generale la partecipazione ufficiale alle gioie e ai dolori dei principi è usanza, che ha avuto il suo principio appunto in questi Stati italiani.[90] Il fondo di questa usanza può avere il suo lato bello in uno squisito senso di umanità, ma la manifestazione di esso, specialmente nei poeti, è di regola molto ambigua. Una delle poesie giovanili di Ariosto,[91] scritta per la morte di Leonora d'Aragona, moglie di Ercole I, contiene, oltre gli inevitabili fiori mortuari che si spargono a piene mani in tutti i tempi, anche alcuni tratti che arieggiano lo stile moderno: «questa morte ha percosso Ferrara di tal colpo, che essa ne serberà la memoria per lunghi anni: la benefattrice è divenuta avvocata nel Cielo, perchè la terra non era più degna di possederla: l'angelo della morte non le si avvicinò colla falce insanguinata, come agli altri mortali, ma con aria onesta e in aspetto così benigno, che ella stessa non temette». Ma noi c'incontriamo altresì in altra e ben diversa comunanza di sentimenti, noi troviam novellieri, ai quali nulla doveva star tanto a cuore, quanto il favore delle case ove frequentavano (perchè di questo favore vivevano), che ci narrano le avventure galanti di principi ancora viventi[92] in guisa tale, che nei secoli posteriori avrebbe sembrato toccare il colmo dell'indiscrezione, e allora pareva un tratto ingenuo di schietta cortigianeria. Anche i poeti lirici cantavano le facili passioni dei loro eccelsi protettori talvolta anche legittimamente ammogliati: Angelo Poliziano, fra gli altri, quelle di Lorenzo il Magnifico, e con tuono ancor più accentato Gioviano Pontano quelle di Alfonso di Calabria. Le poesie in tale riguardo scritte da quest'ultimo[93] rivelano, senza volerlo, l'animo abbietto dell'Aragonese, il quale anche nel campo amoroso vuol essere sempre il più fortunato, e guai a chi lo fosse più di lui! — S'intende poi da sè che i più grandi pittori, tra i quali lo stesso Leonardo, trovano naturalissimo di dover dipingere le belle dei loro padroni.


Ma i principi estensi non aspettarono la loro apoteosi dagli altri, e se la regalarono invece da sè medesimi. Borso si fece ritrarre nel suo palazzo di Schifanoia in una serie di quadri, che lo rappresentavano in diversi momenti del suo governo, ed Ercole festeggiò (la prima volta nel 1472) il giorno anniversario del suo avvenimento al trono con una processione, che non pare fosse in nulla inferiore a quella del Corpusdomini: tutte le botteghe erano chiuse come in giorno festivo: tutti i membri della casa, anche gli illegittimi, marciavano nel centro in ricchissimi abbigliamenti ricamati in oro. — Che ogni potere e dignità partisse dal principe e dovesse riguardarsi come una prova di particolare distinzione da parte sua, era cosa ormai universalmente ammessa a questa corte sino da quando vi era stato creato l'ordine dello Sprone d'oro, che non aveva nulla che fare colla Cavalleria del Medio-Evo.[94] Ercole I, oltre allo sprone, dava anche una spada, un mantello ricamato in oro ed una dotazione, per la quale senza dubbio si esigeva una servitù regolare. La protezione accordata alle lettere e alle arti, per la quale questa corte acquistò rinomanza mondiale, si estendeva in parte all'Università, che era una delle più complete d'Italia, ma presupponeva in parte anche un servizio a corte e nello Stato, nè costò mai grandi sacrificii. Il Bojardo, quale ricco gentiluomo di provincia e pubblico funzionario, entrava senza dubbio in quest'ultima categoria: quando l'Ariosto cominciò ad essere qualche cosa, non vi erano omai più, almeno nel loro vero significato, nè la corte di Milano, nè quella di Firenze, e ben presto neanche quella di Urbino, per tacere di quella di Napoli, ed egli dovette accontentarsi di una posizione che lo metteva a fascio coi musicanti e coi buffoni del cardinale Ippolito, sino a che Alfonso lo assunse al proprio servizio. Diversamente andarono più tardi le cose con Torquato Tasso, del cui possesso la corte si mostrò veramente gelosa.

CAPITOLO VI. Gli avversari della tirannide.

Gli ultimi Guelfi e Ghibellini. — I cospiratori. — Gli assassini nelle Chiese. — Influenza del tirannicidio antico. — I Catilinari. — Opinioni dei Fiorentini sul tirannicidio. — Il popolo ne' suoi rapporti coi cospiratori.

Di fronte a questa concentrata potenza principesca ogni opposizione dentro i limiti dello Stato era impossibile. Gli elementi necessari alla esistenza di una repubblica erano sciupati per sempre, tutto tendeva al potere assoluto e all'uso della violenza. La nobiltà, priva di diritti politici, anche dove aveva possessi feudali, poteva bensì continuare a ripartir sè e i suoi bravi in guelfi e ghibellini e ad assumere o far assumere i relativi emblemi, facendo portare in questo o in quel modo la piuma al berretto e i guancialini ai calzoni;[95] — ma tutti gli uomini più illuminati, quale ad esempio il Machiavelli,[96] erano pienamente convinti che tanto a Milano, come a Napoli vi era omai «troppa corruzione», per potervi rifare una repubblica. Abbastanza strani sono i giudizi che s'incontrano su questi due pretesi partiti, nei quali da lungo tempo omai non sopravvivevano che vecchie inimicizie di famiglia tenute vive all'ombra della tirannide. Un principe italiano, al quale Agrippa di Nettesheim[97] consigliava di disfarsene, rispondeva ingenuamente: «le loro questioni mi rendono ogni anno sino a 12000 ducati in altrettante multe!» — E quando, per esempio, nell'anno 1500, durante il breve ritorno di Lodovico il Moro ne' suoi Stati, i guelfi di Tortona chiamarono nella loro città una parte del vicino esercito francese, affinchè gli aiutasse a schiacciare completamente i ghibellini, i francesi non mancarono innanzi tutto di dare il sacco alle case di questi ultimi, ma non risparmiarono poscia nemmeno quelle dei guelfi, per modo che la città tutta ne rimase completamente devastata.[98] — Anche in Romagna, dove le passioni e le vendette duravano eterne, ambedue quei nomi aveano da lungo perduto ogni significato politico. E non meno fatale al popolo fu il pregiudizio, pel quale i guelfi qua e colà si tenevano come obbligati a nutrir simpatie per la Francia e i ghibellini a parteggiar per la Spagna, benchè quelli stessi, che cercarono trar partito da quell'errore, non ne abbiano raccolto in ultimo vantaggio veruno. La Francia infatti, dopo tanti interventi, finì pur sempre col dover sgombrare d'Italia, ed ognuno può toccare con mano che cosa sia diventata la Spagna, dopo aver soffocato l'Italia.


Ma torniamo ai principi del Rinascimento. Un'anima pia e timorata avrebbe fors'anche allora concluso che, ogni potenza essendo da Dio, anche questi principi, purchè sostenuti con sincerità e buon volere, col tempo avrebbero dovuto divenire migliori e dimenticar la violenta loro origine. Ma da fantasie riscaldate, da uomini appassionati ed ardenti come richieder tanto? Essi, al pari dei cattivi medici, stimavano guarita la malattia quando fossero giunti ad eliminarne i sintomi, e credevano che, uccisi i tiranni, la libertà sarebbe risorta da sè medesima. E se anche talvolta non spingevano tanto innanzi i loro pensieri, miravano ad ogni modo o a dare libero sfogo all'odio generale, o ad esercitare vendette private cagionate da rancori ed offese puramente personali.