Schiettamente italiano nel senso del secolo XV appare il principato nei duchi di Milano, la signoria dei quali da Gian Galeazzo in poi è stata una monarchia assoluta nel suo più completo sviluppo. Innanzi tutto l'ultimo dei Visconti, Filippo Maria (1412-1447), è uno dei personaggi più notevoli del tempo, e fortunatamente ne possediamo una eccellente biografia.[65] In lui si vede con rigore pressochè matematico ciò che la paura può fare di un uomo dotato di attitudini non comuni e collocato in una posizione elevata. Tutta la sua politica non ha che uno scopo, la sicurezza della sua propria persona, con questo solo di buono, che il suo crudele egoismo non degenerò mai in furibonda sete di sangue. Nel castello di Milano, che allora era circondato da magnifici giardini, viali e steccati, egli se ne sta solitario, senza uscire nemmeno una volta in molti anni a visitar la città. Le sue escursioni si restringono a quelle città di provincia, dove egli ha grandiosi castelli: la flottiglia che, tirata da rapidi destrieri, lo porta qua e là pei canali da lui stesso costruiti, è disposta in modo da prestarsi agli usi della più perfetta etichetta. Chi oltrepassava la soglia del castello, doveva sottoporsi ad una visita rigorosissima: là dentro poi nessuno doveva affacciarsi a qualsiasi finestra, per timore che si facessero cenni con quei di fuori. Un sistema minuzioso di esami era prescritto per coloro, che erano destinati a formar parte del seguito personale del principe: indi venivano loro affidati i più alti uffici diplomatici e privati, perchè non si faceva differenza tra questi e quelli. — E, in mezzo a tutto ciò, quest'uomo condusse lunghe e difficili guerre ed ebbe sempre tra mano affari politici della più alta importanza, il che lo obbligava a spedire continuamente qua e là uomini muniti di pieni poteri. Ma la sua sicurezza stava in ciò, che nessuno nella sua corte si fidava degli altri, che i condottieri erano sorvegliati da spie, e i plenipotenziari e gli ufficiali superiori erano tenuti divisi tra loro da un sistema di discordie artificialmente mantenute, specialmente coll'accoppiar sempre un uomo onesto con un ribaldo. Anche nell'interno della sua coscienza Filippo Maria si garantisce una perfetta tranquillità, adottando al tempo stesso una doppia linea di condotta; credendo cioè all'influsso dei pianeti e ad una cieca fatalità e inginocchiandosi tuttavia a tutti i santi del cielo,[66] studiando gli antichi scrittori, ma dilettandosi altresì dei romanzi francesi della cavalleria. Per ultimo egli, che non voleva mai sentir menzionare la morte e che faceva perfino trasportar fuori del castello, se moribondi, i suoi favoriti, perchè quell'asilo della felicità non fosse contaminato dalla presenza di un cadavere,[67] egli stesso affrettò volontariamente la propria fine, col farsi chiudere una ferita e col ricusare una cavata di sangue, ed è morto con dignitosa fermezza.


Il di lui genero e successore, il fortunato Francesco Sforza (1450-1466), era forse, fra gl'italiani d'allora, l'uomo più di qualunque altro fatto secondo l'indole del suo tempo. In nessun altro, quanto in lui, si parve la vittoria del genio e della forza individuale, e chi non voleva credere alla superiorità de' suoi talenti, doveva almeno riconoscere in lui il prediletto della fortuna. I milanesi andavano orgogliosi di avere ora un signore di tanta fama; ed infatti nella circostanza del suo ingresso nella città la folla del popolo acclamante gli si fece talmente d'attorno, che lo portò a cavallo sin dentro al Duomo, senza che egli potesse smontare.[68] Udiamo ora che cosa scrive di lui il papa Pio II colla sua solita perspicacia: «nell'anno 1459, allorquando il duca intervenne al congresso dei principi in Mantova, toccava oggimai il suo sessantesimo anno (più precisamente il cinquantottesimo), ma stava a cavallo come un giovane, alto e imponentissimo della persona, con lineamenti serii, calmo ed affabile ne' discorsi, con contegno di vero principe, ed un complesso di doti corporali e mentali senza pari nel nostro secolo: — tale era l'uomo, che dalla più umile condizione seppe sollevarsi al possesso di un trono. La moglie di lui era bella e virtuosa, i figli graziosi come angioletti: raramente fu infermo; e in generale vide il compimento di tutti suoi desiderii. Ciò non ostante dovette egli subire altresì qualche contrarietà: la moglie gli uccise per gelosia la ganza; i suoi antichi compagni d'arme ed amici, Troilo e Brunoro, lo abbandonarono, disertando presso il re Alfonso: un altro, Ciarpollone, dovette egli far morire sulle forche per tradimento; da parte del fratello Alessandro gli toccò di vedersi sobbillati contro i francesi: uno de' suoi figli cospirò contro di lui e dovette essere imprigionato; la Marca di Ancona, da lui conquistata in una guerra, gli andò perduta in un'altra guerra. Nessuno gode mai una felicità tanto incontrastata, che non abbia comecchessia a lottare coll'avversità. Felice colui che la incontra di rado!». Con questa definizione negativa della felicità il dotto Papa si congeda dal suo lettore. Se egli avesse potuto gettare uno sguardo nel futuro o soltanto voluto soffermarsi a considerare in generale le conseguenze di una forma di governo affatto assoluta, non gli sarebbe certamente sfuggita la causa vera di quella debolezza, che stava tutta nella mancanza di buone ed elevate tradizioni famigliari. Quei fanciulli, belli come angeli, ed oltre a ciò allevati con tante cure e istrutti in tante discipline, soggiacquero fatti adulti, a tutte le seduzioni del più sconfinato egoismo. Galeazzo Maria (1466-1476), vago soltanto delle esterne apparenze, andava superbo della sua bella mano, degli stipendi elevati che pagava, del credito finanziario che godeva, del suo tesoro di due milioni di fiorini d'oro, degli uomini illustri che lo circondavano, dell'armata e delle cacce che manteneva. Egli dava inoltre facili udienze, perchè aveva la parola facile, massimamente quando si trattava di ridurre al silenzio qualche ambasciatore veneziano.[69] Ma in mezzo a ciò sovrabbondavano i capricci, come quello, ad esempio, di far dipingere a figure una stanza in una sola notte; e quel che è peggio, spaventevoli atrocità contro coloro che più gli stavano da vicino, o insensate sregolatezze. Ma tale contegno parve tirannico ad alcuni esaltati: essi lo uccisero e diedero con ciò lo Stato nelle mani de' suoi fratelli, uno dei quali, Lodovico il Moro, pretermettendo in seguito l'incarcerato nipote, avocò a sè l'intera signorìa. A questa usurpazione si connettono l'intervento dei Francesi e le sventure di tutta Italia. Ma il Moro è la più perfetta figura principesca di questo tempo, e, come figlio dell'epoca sua, bisogna accettarlo quale è. In onta alla più profonda immoralità dei mezzi, egli mostra un'ingenuità affatto caratteristica nell'uso che ne fa: probabilmente si sarebbe maravigliato, se qualcuno avesse voluto fargli comprendere, che vi è una responsabilità morale anche per questi, anzi con ogni verosimiglianza si sarebbe vantato, come di una virtù, dell'essersi con ogni possibilità astenuto da qualsiasi sentenza di morte. La venerazione quasi favolosa che gli Italiani mostravano per la sua abilità politica, egli l'accettava come un omaggio dovutogli:[70] e ancora nel 1496 si vantava che il papa Alessandro era il suo cappellano, l'imperatore Massimiliano il suo condottiere, Venezia il suo ciambellano, e il re di Francia il suo corriere, che doveva andare e venire, secondochè a lui talentava.[71] Perfino nel supremo pericolo egli fu visto calcolare con maravigliosa freddezza (1499) tutti i possibili espedienti e far assegnamento (il che gli torna ad onore) sulla bontà della natura umana: egli respinse le offerte di suo fratello, il cardinale Ascanio, che proponeva di tenersi fermo nel castello di Milano, perchè prima aveano avuto acerbe contese fra loro: «Monsignore, non abbiatelo a male, di voi non mi fido, quand'anche siate mio fratello»; e prepose al comando del castello stesso (che dovea essere «il pegno del suo ritorno») un uomo, che aveva sempre beneficato,[72] — e che però lo tradì alla sua volta. — All'interno il Moro pose ogni cura per amministrare bene e vantaggiosamente lo Stato, per modo che anche nell'ultimo tempo egli contava, tanto a Milano, che a Como, sull'amore che gli si portava; ma è vero altresì, che verso la fine del suo dominio (dal 1496 in poi) egli aveva aggravato soverchiamente la mano sui contribuenti, usando talvolta mezzi crudeli, come fece, per esempio, a Cremona, dove per viste puramente precauzionali fece impiccare un ragguardevole cittadino, che osò alzar la voce contro le nuove gravezze; ed è vero eziandio che, da quel tempo in poi, egli nelle udienze usò tener lontani da sè i supplicanti mediante una sbarra,[73] in guisa che bisognava elevare il tono della voce per farsi intendere da lui. — Alla sua corte, la più splendida d'Europa, dopochè non esisteva più quella di Borgogna, l'immoralità trionfava nel modo il più scandaloso: il padre prostituiva la figlia, il marito la moglie, il fratello la sorella.[74] Ma il principe si mantenne almeno sempre attivo, e, come figlio delle proprie azioni, si trovò sempre nella schiera di coloro, che appunto dovevano la propria posizione alle loro qualità personali, i dotti, i poeti, e gli artisti in genere. L'accademia da lui fondata[75] dovea servire innanzi tutto all'uso suo particolare, anzichè al comodo di una scolaresca da istruire; nè in generale cullava tanto la fama degli uomini illustri che si tirava vicini, quando ne cercava la compagnia e i servigi. Si sa che Bramante in sul principio non ebbe che uno scarsissimo emolumento;[76] Leonardo però sino al 1496 fu stipendiato assai lautamente; — del resto qual cosa avrebbe potuto trattenerlo a questa corte, se egli non vi fosse rimasto spontaneamente? Il mondo gli stava aperto dinanzi, quanto forse a nessun altro mortale di quel tempo, e se v'ha cosa che dimostri esservi stata pur qualche qualità superiore in Lodovico, essa è certamente questa prolungata dimora presso di lui di quel misterioso maestro. Ed anche più tardi, se Leonardo prestò i suoi servigi ad un Cesare Borgia e ad un Francesco I, non è improbabile che egli lo abbia fatto sol per aver trovato in ambedue qualche cosa di straordinario e di superiore al loro tempo.

Dei figli del Moro, che dopo la sua caduta furono malamente allevati da gente straniera, il maggiore, Massimiliano, non ha più alcuna rassomiglianza col padre; ma il minore, Francesco, non era almeno inaccessibile a qualche tratto di nobile entusiasmo. Milano, che in questi tempi mutò tanti padroni e con tanto suo danno, cercò almeno di guarentirsi dalle reazioni, e indusse i Francesi, che nel 1512 si ritiravano dinanzi alle armi della Lega Santa e a quelle di Massimiliano, a rilasciarle una dichiarazione, nella quale era detto che i Milanesi non ebbero veruna parte nella loro espulsione e potevano quindi, senza farsi rei di fellonìa, darsi in mano ad un nuovo conquistatore.[77] Anche sotto il rapporto politico è da notare che l'infelice città in simili momenti di transizione era solita, al pari di Napoli al momento della fuga degli Aragonesi, di sottostare ad un formale saccheggio esercitatovi da bande di malfattori (talvolta anche assai ragguardevoli).

Due signorìe in modo speciale bene ordinate e rappresentate da principi abilissimi sono, nella seconda metà del secolo XV, quella dei Gonzaga in Mantova e quella dei Montefeltro in Urbino. I Gonzaga, quanto ai rapporti di famiglia, erano abbastanza concordi fra loro, ed era vôlto oggimai un bel tratto di tempo che presso di loro non si erano verificati assassinii segreti, ed essi potevano, quando qualcuno moriva, mostrarne pubblicamente il cadavere. Il marchese Francesco Gonzaga[78] e sua moglie Isabella d'Este, per quanto anche vi sia stato qualche dissapore tra loro, appaiono nella storia una coppia rispettabile e concorde, che educò figli illustri e fortunati in un tempo, in cui il loro piccolo, ma importantissimo Stato si trovò esposto a gravissimi pericoli. Che Francesco, come principe e condottiere, avesse dovuto seguire una politica leale ed onesta, non era cosa, alla quale in allora potessero pretendere nè l'imperatore, nè i re di Francia, nè Venezia; ma egli diè prova, almeno dopo la battaglia al Taro (1495) e per quanto riguardava l'onore delle armi, di sentimenti patriottici, e comunicò questi stessi sentimenti alla propria consorte. Ed infatti da quel tempo in poi ella non vede in qualsiasi manifestazione di leale eroismo, quale per esempio la difesa di Faenza contro Cesare Borgia, che un nobile sforzo diretto a salvare l'onore italiano. Per giudicare di lei noi non abbiamo bisogno di ricorrere a quanto ne dissero gli artisti e gli scrittori, che largamente ricambiarono la bella principessa della protezione loro accordata; le sue stesse lettere ci mostrano abbastanza in lei la donna intrepidamente ferma, cautamente circospetta ed amabile al tempo stesso. Il Bembo, il Bandello, l'Ariosto e Bernardo Tasso mandavano i loro lavori a questa corte, benchè piccola e impotente e spesso anche scarsa a danari; ma, dopo lo scioglimento della vecchia corte di Urbino (1508), non vi fu più in nessun luogo un centro di maggiore cultura, ed anche la corte di Ferrara vi era in complesso superata, specialmente per la maggior libertà che vi si godeva. Isabella s'intese molto addentro nell'arte, e il catalogo della sua piccola, ma scelta pinacoteca non può esser letto senza ammirazione da alcun vero amico dell'arte.


Urbino possedeva nel grande Federigo (1444-1482), fosse egli un vero Montefeltro o no, uno dei più illustri rappresentanti del potere principesco. Come condottiere, egli aveva quella politica moralità, che era propria di questo genere di persone, e di cui essi non erano colpevoli che per metà: come principe del suo piccolo territorio, egli seguì la politica di consumare in esso il danaro guadagnato al di fuori e di opprimerlo il meno possibile di gravezze. Di lui e de' suoi due successori Guidobaldo e Francesco Maria fu scritto: «eressero edifici, promossero l'agricoltura, vissero sempre in patria e tennero al loro soldo buona quantità di armati: il popolo li ebbe cari».[79] Ma non solamente lo Stato, bensì anche la corte era un organismo in ogni senso egregiamente architettato e condotto. Federigo intratteneva cinquecento persone: le cariche di corte vi erano complete quanto in qualsiasi delle corti dei maggiori monarchi; ma nulla vi si sprecava, tutto aveva uno scopo, e un severissimo sindacato vegliava su tutto. Qui non giuochi, non corruzioni, non dissipazioni, perchè la corte doveva essere al tempo stesso una scuola di educazione militare pei figli di altre grandi case, ai quali il duca si teneva altamente onorato di far impartire una soda istruzione. Il palazzo ch'egli si edificò, non era de' più splendidi, ma spirava un'aria di pieno classicismo per la felice sua disposizione: in esso egli raccolse il suo maggior tesoro, la celebre biblioteca. Siccome egli si sentiva perfettamente sicuro in un paese, dove ognuno godeva de' suoi beneficii e nessuno elemosinava, così egli usciva sempre disarmato e quasi senza seguito; e in ciò nessun principe avrebbe potuto certamente imitarlo, sia quando egli s'aggirava pe' suoi giardini aperti a chiunque, sia quando sedeva ad un banchetto molto frugale in una sala del tutto aperta, facendosi leggere qualche passo di Livio o libri ascetici in tempo di quaresima. Dopo il pranzo egli si recava ad udire una lezione di antichità, e di là passava al chiostro delle Clarisse, per intrattenersi al parlatorio coll'abbadessa di cose spirituali. La sera assisteva volentieri agli esercizii ginnastici della gioventù della sua corte nel prato di S. Francesco, dove si ha una così splendida prospettiva, e s'interessava grandemente perchè nelle sorprese e nelle corse essi apprendessero a muoversi con arte perfetta. La sua costante preoccupazione era quella di mostrarsi facile ed accessibile a tutti: visitava gli artefici, che lavoravano per lui, nelle officine, dava udienze e sbrigava le istanze dei singoli possibilmente il giorno stesso che gli venivano presentate. Nessuna maraviglia quindi che la gente, quando egli passava per le vie, s'inginocchiasse dinanzi a lui e gli gridasse dietro: «Dio ti mantenga, signore!» Gli eruditi poi lo chiamavano senz'altro «luce d'Italia».[80] Suo figlio Guidobaldo, dotato di grandi qualità, ma vittima di perpetue infermità e disgrazie, potè finalmente nel 1508 affidare il suo Stato a mani sicure, vale a dire al nipote Francesco Maria, nipote al tempo stesso di papa Giulio II, e questi riuscì almeno a salvare il paese da una stabile dominazione straniera. Singolare è la sicurezza, con cui questi principi si rassegnano e fuggono, Guidobaldo dinanzi a Cesare Borgia, Francesco Maria dinanzi alle truppe di Leone X: essi sanno che il loro ritorno riescirà tanto più facile e desiderato, quanto meno i sudditi avranno sofferto da una inutile resistenza. Anche Lodovico il Moro faceva un calcolo somigliante, ma egli dimenticava i molti altri motivi d'odio che stavano contro di lui. — La corte di Guidobaldo, come scuola della più elevata cultura, è stata resa immortale da Baldassare Castiglione, il quale fece rappresentare la sua egloga, il Tirsi, dinanzi a quella società quasi per renderle omaggio (1506), e più tardi (1518) collocò i dialoghi del suo Cortegiano nel circolo della coltissima duchessa (Elisabetta Gonzaga).


La signoria degli Estensi a Ferrara, Modena e Reggio tiene in modo affatto speciale una via di mezzo tra l'assolutismo e la popolarità.[81] Nell'interno del palazzo accadono fatti spaventevoli: una principessa è decapitata insieme ad un figliastro per supposto adulterio (1425): principi legittimi ed illegittimi fuggono dalla corte e sono minacciati anche all'estero da assassini inviati ad inseguirli, come accadde nel 1471: oltre a ciò, continue cospirazioni dal di fuori: il bastardo di un bastardo vuol rapire a forza la signoria al legittimo erede (Ercole I): più tardi (1493) si vuole che quest'ultimo abbia avvelenato la moglie per aver saputo che ella voleva avvelenar lui, e ciò per incarico avuto dal di lei fratello Ferrante di Napoli. L'atto finale di questa tragedia lo si ha nella congiura di due bastardi contro i loro fratelli, il reggente duca Alfonso e il cardinale Ippolito (1506); congiura che, scoperta a tempo, fu punita col carcere a vita. — Anche la fiscalità si esercita in modo amplissimo in questo Stato, e deve esercitarvisi, sia perchè esso è il più minacciato di tutti gli altri grandi e mediocri d'Italia, sia perchè ha bisogno in sommo grado di agguerrirsi e fortificarsi. Vero è, che colle crescenti gravezze avrebbe dovuto crescere in egual misura il materiale benessere del paese, ed infatti il marchese Niccolò (molato nel 1441) espresse più volte il desiderio che i suoi sudditi potessero dirsi più ricchi di quelli di qualunque altro Stato. Ora, se la popolazione rapidamente aumentata può far testimonianza di un benessere veramente raggiunto, egli è anche un fatto importante e degno di considerazione, che ancor nel 1497 in Ferrara (comecchè straordinariamente ampliata) non si trovavano più case da affittare.[82] Ferrara è la prima città moderna di Europa: qui, prima che altrove, sorsero per volere dei principi ampie e regolari contrade: qui, col concentramento degli ufficii e coll'attirarvi l'industria, si formò una vera capitale: ricchi esuli da tutta l'Italia, e più specialmente da Firenze, trovarono qui allettative bastanti per fermarvi la loro dimora e costruirvi palazzi. Tuttavia le imposizioni indirette almeno debbono avervi raggiunto un grado di sviluppo assai elevato e appena sopportabile. Bensì il principe ebbe anche qui la stessa cura che ebbero altri altrove, per esempio Galeazzo Maria Sforza a Milano, di far cioè venire grano dall'estero in casi di grandi carestie[83] e di ripartirlo gratuitamente, a quanto sembra; ma in tempi ordinari egli si compensava con estesi monopolii, se non di grani, certo di molti articoli di sussistenza, quali le carni salate, i pesci, le frutta e le civaie, le quali ultime venivano con molta cura coltivate intorno e sulle mura di Ferrara. Tuttavia l'entrata più considerevole era pur sempre quella che proveniva dalla vendita dei pubblici ufficii, che si faceva annualmente, usanza che del resto era diffusa in tutta Italia, ma della quale non abbiamo precise informazioni se non in ciò che riguarda la città di Ferrara. In occasione del nuovo anno 1502, per esempio, si narra espressamente, che moltissimi comperarono i loro ufficii a prezzi salati, e si citano singolarmente nomi di amministratori di diversa specie, di esattori di gabelle, di massari, di notai, di podestà, di giudici e perfino di capitani, vale a dire degli ufficiali superiori del duca sparsi nella provincia. Fra questi «mangia-popoli», come allor si chiamavano, e che realmente erano odiati dal popolo «più che il demonio», trovasi nominato anche un Tito Strozza, che vorremmo credere non sia stato il celebre poeta latino. — Intorno alla medesima epoca usava ogni duca di fare un giro in persona per Ferrara, che dicevasi andar per ventura, e di farsi regalare almeno dai più abbienti. I doni non consistevano in danaro, ma ordinariamente in prodotti naturali.

Ora l'orgoglio del duca[84] era questo che in tutta Italia si sapesse, che in Ferrara i soldati ricevevano esattamente il loro soldo e i professori dell'Università il loro stipendio nel giorno della scadenza, che le truppe non potevano in nessun caso mai aggravar la mano arbitrariamente sulle popolazioni della città e della campagna, che Ferrara era imprendibile e che nel castello vi era un ingente tesoro in danaro sonante. Di una separazione delle casse non si parlava nemmeno: il ministro di finanza era al tempo stesso ministro della casa ducale. Le costruzioni di Borso (1430 fino al 1471), di Ercole I (sino al 1505), e di Alfonso I (sino al 1534) furono assai numerose, ma per lo più di poco rilievo:[85] e in ciò si riconosce una casa principesca, che, in onta al suo amore per le pompe — (Borso non si mostrava mai in pubblico se non in abbigliamenti tessuti in oro e carico di gioielli), — non vuol però mai lasciarsi andare a veruna spesa inconsiderata. Si direbbe anzi che Alfonso presentisse già anticipatamente la triste sorte, a cui sarebbero soggiaciute le sue graziose, ma piccole ville, tanto quella di Belvedere co' suoi ombrosi giardini, quanto quella di Montana co' suoi begli affreschi e le sue fontane zampillanti.