Il Duomo, che avea visto la maggior parte di queste tragedie nelle sue vicinanze, fu lavato con vino e consacrato di nuovo. Ma rimase pur sempre in piedi l'arco trionfale eretto per le nozze con suvvi dipinte le gesta di Astorre e colle poesie laudative di colui, che ci narrò tutti questi avvenimenti, il buon Matarazzo.

In seguito si formò una storia affatto leggendaria de' tempi anteriori dei Baglioni, che non è se non un riflesso di queste atrocità. Secondo questa leggenda, tutti i discendenti di questa casa sarebbero morti da tempo immemorabile di morte violenta, una volta non meno di ventisette d'un tratto; le loro case sarebbero state già anteriormente atterrate, e coi materiali delle medesime sarebbero state selciate le vie ecc. Ma il fatto è, che la distruzione vera e reale dei loro palazzi non ebbe luogo che più tardi, sotto il governo di Paolo III.

In onta a tutto questo, e' pare che essi di quando in quando abbiano avuto anche de' buoni intendimenti, come è certo che misero un po' d'ordine nel loro partito e che protessero i pubblici ufficiali dagli arbitrii della nobiltà. Sennonchè la maledizione pareva inseguirli, e scoppiò di nuovo più tardi contro di essi, a guisa d'incendio solo apparentemente domato. Giampaolo fu con lusinghe attirato a Roma nel 1520 sotto Leone X e quivi decapitato: uno de' suoi figli, Orazio, che tenne Perugia solo per qualche tempo e in circostanze burrascosissime, specialmente perchè parteggiava pel duca di Urbino ugualmente minacciato dal Papa, inferocì ancora una volta in modo atrocissimo contro la propria famiglia, assassinando uno zio e tre cugini, tanto che il duca stesso gli fe' dire che era tempo di farla finita.[59] Suo fratello, Malatesta Baglione, è il duce de' fiorentini, che nel 1530 si rese tristamente immortale col suo tradimento, e il figlio di questo, Ridolfo, è quell'ultimo della famiglia, che coll'uccisione del Legato papale e dei pubblici ufficiali conseguì nel 1534 una breve, ma spaventevole signoria.


Coi tiranni di Rimini avremo occasione d'incontrarci ancora qua e colà. — Audacia, empietà, talento guerresco e cultura assai raffinata raramente si riunirono in un uomo solo, come in Sigismondo Malatesta (morto nel 1467). Ma dove i misfatti sovrabbondano, come in questa casa, quivi finiscono anche col preponderare sopra qualsiasi altra qualità e col trascinare il tiranno nell'abisso. Il già menzionato Pandolfo, nipote di Sigismondo, non giunse a sostenersi se non perchè i Veneziani non volevano, ad onta di qualsiasi delitto, veder la caduta di nessuno dei loro condottieri; e quando i suoi sudditi, per motivi ragionevolissimi, lo bombardarono nella sua cittadella di Rimini (1497), e poi lo lasciarono fuggire,[60] un commissario veneziano lo ripose nella signoria, benchè macchiato di fratricidio e di ogni sorta di scelleratezze. In capo a tre decenni però i Malatesta trovaronsi ridotti alla condizione di poveri banditi. L'epoca del 1527 fu, come quella di Cesare Borgia, veramente fatale a queste piccole tirannidi, delle quali ben poche sopravvissero, ed anche queste con assai scarsa fortuna. — Alla Mirandola, dove regnavano i piccoli principi della famiglia Pico, dimorava nell'anno 1533 un povero letterato, Lilio Gregorio Giraldi, che si era quivi rifugiato dal sacco di Roma al tetto ospitale del canuto Giovan Francesco Pico (nipote del celebre Giovanni). I dialoghi che egli ebbe col principe intorno al monumento sepolcrale, che questi voleva preparare a sè stesso, diedero origine ad uno scritto,[61] che nella dedica porta la data dell'aprile di quello stesso anno. Ma quanto è triste il poscritto! «Nell'ottobre dello stesso anno lo sventurato principe, assalito di notte tempo, perdette il trono e la vita per opera di un figlio di suo fratello, ed io stesso, gittato nella più profonda miseria, potei a stento salvare la vita fuggendo».

Una pseudo-tirannide affatto priva di carattere proprio, come fu quella, che Pandolfo Petrucci esercitò dal 1490 in poi nella città di Siena, lacerata allora dalle frazioni, è appena degna di essere ricordata. Incapace e crudele, egli regnò coll'aiuto di un professore di diritto e di un astrologo, e sparse qua e là qualche terrore con atti di violenza e di sangue. Suo passatempo prediletto in estate era di rotolar massi di pietra dal monte Amiata, senza pensare dove e su chi cadessero. A lui riuscì quello, a cui non avean potuto giungere nemmeno i più astuti, di sottrarsi cioè alle insidie di Cesare Borgia: tuttavia morì più tardi abbandonato e dispregiato da tutti. I suoi figli però si sostennero ancor lungamente in una specie di mezza signoria.

CAPITOLO V. Le maggiori case principesche.

Gli Aragonesi di Napoli. — L'ultimo Visconti di Milano. — Francesco Sforza e la sua fortuna. — Galeazzo Maria e Lodovico il Moro. — I Gonzaga di Mantova. — Federigo da Montefeltro, duca di Urbino. — Ultimo splendore della corte urbinate. — Gli Estensi a Ferrara; tragedie domestiche e fiscalità. — Traffico dei pubblici uffici, polizia e lavori pubblici. — Merito personale. — Fedeltà della capitale. — Il direttore di polizia Zampante. — Partecipazione dei sudditi al lutto di corte. — Pompa della corte. — Protezione accordata alle lettere.

Fra le dinastie più importanti quella degli Aragonesi vuol essere considerata a parte. L'ordinamento feudale, che qui sin dal tempo dei Normanni si mantenne come una signoria inerente al possesso fondiario dei Baroni, vi dà già un'impronta speciale allo Stato, mentre nel resto d'Italia, eccettuata la parte meridionale del dominio della Chiesa e poche altre regioni, non sussiste omai più che il semplice possesso come tale, e lo Stato non permette più che diventi ereditario nessun ufficio. Inoltre Alfonso il Magnanimo (morto nel 1488), che sin dal 1435 divenne signore di Napoli, è di un'indole affatto diversa da quella de' suoi veri o pretesi discendenti. Splendido in tutto, dignitosamente affabile e quindi caro al popolo, non biasimato nemmeno, anzi ammirato, per la tarda sua passione per Lucrezia d'Alagna, egli non aveva che un solo difetto, quello di una grande prodigalità,[62] ma con tutta la sequela delle inevitabili conseguenze, che sogliono derivarne. Infedeli amministratori delle finanze furono dapprima onnipotenti, e da ultimo vennero dal re, caduto in fallimento, spogliati dei loro averi; una crociata fu indetta, ma al solo scopo di poter taglieggiare anche il clero sotto questo pretesto: in occasione di un grande terremoto avvenuto nell'Abruzzo, i superstiti dovettero continuare a pagar l'imposta anche pei morti. In mezzo a tutto ciò Alfonso accolse ospiti eccelsi alla sua corte con una magnificenza sino allora inaudita, lieto di sprecare per chiunque, anche pe' suoi stessi nemici (v. sopra p. 25). Nel rimunerar poi i lavori letterari non conobbe misura; al Poggio regalò una volta d'un solo tratto cinquecento monete d'oro per la traduzione latina della Ciropedia di Senofonte.

Ferrante, che venne dopo di lui,[63] passava per suo figlio illegittimo avuto da una dama spagnuola, ma forse discendeva da qualche Moro bastardo di Valenza. Fosse il sangue o le congiure ordite contro la sua vita dai Baroni, che lo rendevano cupo e feroce, fatto è che tra i principi di quel tempo egli figura come il più terribile di tutti. Instancabilmente operoso, riconosciuto da tutti come una delle più forti menti politiche e alieno al tempo stesso da ogni sregolatezza, egli volge tutte le sue forze, tra le quali anche quella di un implacabile odio e di una profonda dissimulazione, all'annientamento completo de' suoi nemici. Offeso in quanto può avere di più geloso un principe, mentre i capi dei Baroni erano da un lato congiunti a lui per parentela e dall'altro alleati di tutti i suoi nemici esterni, egli s'abituò alle imprese le più arrischiate, come a faccende, per così dir, quotidiane. Per procacciarsi i mezzi di sostener questa lotta al di dentro e le guerre al di fuori, egli procedette a un di presso con quei modi violenti, che erano stati tenuti già da Federico II. Infatti avocò a sè il traffico dei grani e degli olii, e al tempo stesso concentrò il commercio in generale nelle mani di un ricco negoziante, Francesco Coppola, il quale divideva con lui gli utili e teneva nella sua dipendenza tutti i noleggiatori: prestiti forzosi, esecuzioni e confische, aperte simonìe e gravose contribuzioni imposte alle corporazioni ecclesiastiche procacciavano il resto. I passatempi di Ferrante, oltre la caccia ch'egli esercitava senza rispettar legge alcuna, furono di due specie: di aver, cioè, presso di sè i suoi nemici o vivi in ben custodite prigioni o morti e imbalsamati nello stesso costume, che soleano portare da vivi.[64] Egli sogghignava ferocemente, quando parlava a' suoi più fidati dei prigionieri: e quanto alla sua collezione di mummie, non ne fece mai mistero alcuno. Le sue vittime erano quasi tutti uomini, dei quali egli s'era impadronito per tradimento, ordinariamente invitandoli al suo reale banchetto. Del tutto infernale poi fu il contegno usato col primo ministro Antonello Petrucci, che avea logorato la vita e la salute al suo servizio, e del cui spavento sempre crescente Ferrante si valse per estorcerne doni, finchè da ultimo un'apparente complicità nell'ultima cospirazione dei Baroni gli fornì il pretesto di imprigionarlo e di farlo morire, insieme al Coppola. Il modo con cui tutto ciò è raccontato dal Caracciolo e dal Porzio fa ancor oggi rabbrividire. — Dei figli del re il maggiore, Alfonso duca di Calabria, ebbe negli ultimi tempi una specie di correggenza: dissipatore brutale e feroce, superava il padre in franchezza, e non si peritava minimamente di far palese anche il suo disprezzo per la religione e i suoi riti. Indarno si cercherebbero in questi principi almeno quei tratti di coraggio e di generosità che s'incontrano in altri tiranni d'allora; e se pur s'interessano talqualmente dell'arte e della cultura del loro tempo, non è che per solo lusso od apparenza. In generale gli spagnuoli venuti in Italia sono tutti più o meno profondamente corrotti: ma gli ultimi rampolli di questa dinastia di Mori bastardi (1494 e 1503) mostrano una perversità, che oggimai può dirsi un vizio organico di famiglia. Ferrante muore tra sospetti e rancori: Alfonso accusa di tradimento il proprio fratello Federigo, l'unico della casa che non fosse uno scellerato, e lo offende nel modo il più indegno: da ultimo, egli stesso, che pure fino a questo momento era stato riguardato come uno de' più valenti capitani d'Italia, fugge senza consiglio in Sicilia e abbandona in preda ai francesi e al tradimento di tutti il proprio figlio, il minore Ferrante. Una dinastia, che avesse regnato come questa, avrebbe dovuto almeno far pagar cara la sua rovina, se i suoi figli e nipoti dovevano sperare, quando che fosse, una restaurazione. Ma jamais homme cruel ne fut hardi, come disse in questa occasione assai giustamente, benchè da un solo punto di vista, Comines.