Dalla caduta del Piccinino in avanti, la formazione di nuovi stati creati da condottieri parve uno scandalo da non doversi assolutamente tollerar più, e i quattro stati maggiori, Napoli, Milano, la Chiesa e Venezia sii unirono in un sistema d'equilibrio, che doveva impedirne la rinnovazione. Nello stato della Chiesa, che formicolava di tirannelli, stati in parte già condottieri o che lo erano ancora, sino dal tempo di Sisto IV i soli nepoti del Papa s'attribuirono esclusivamente il privilegio di tentar simili imprese. Ma non appena nella politica si manifestava una oscillazione qualunque, ecco che i condottieri ricomparivano. Sotto il debole governo di Innocenzo VIII poco mancò che un capitano per nome Boccalino, stato già dapprima a servizio in Borgogna, non si desse insieme alla città di Osimo, di cui s'era fatto padrone, in mano a' Turchi;[54] e si dovette andar più che contenti, quando egli, per la mediazione di Lorenzo il Magnifico, s'indusse ad accomodarsi con una somma di danaro e ad andarsene. Nell'anno 1495, quando tutto andò a scompiglio per la venuta di Carlo VIII, un Vidovero, condottiere da Brescia, volle fare esperimento delle sue forze:[55] egli aveva preso già dapprima la città di Cesena, uccidendo molti della nobiltà e della borghesia, ma il castello aveva resistito ed egli aveva dovuto ritirarsi: ora, accompagnato da alcune genti cedutegli da un altro ribaldo suo pari, Pandolfo Malatesta da Rimini, figlio del nominato Roberto e condottiero al soldo dei Veneziani, tolse all'arcivescovo di Ravenna la città di Castelnuovo. I veneziani, che temevano di peggio ed oltre a ciò erano pressati dal Papa, ingiunsero a Pandolfo «a fine di bene» di far prigioniero, datane l'occasione, il suo buon amico, ed egli vi si prestò, benchè «a malincuore»; poco dopo gli sopraggiunse il comando di farlo morir per le forche. Pandolfo non potè usargli altro riguardo, fuorchè quello di farlo strozzare dapprima nel carcere, e di mostrarlo morto al popolo. — L'ultimo notevole esempio di tali usurpatori è il celebre castellano di Musso, il quale, fra gli scompigli del milanese avvenuti in seguito alla battaglia di Pavia (1525), improvvisò la sua sovranità sul lago di Como.
CAPITOLO IV. Le Tirannidi minori.
I Baglioni di Perugia. — Loro interne discordie e le nozze di sangue dell'anno 1500. — Fine di questa famiglia. — Le case dei Malatesta, dei Pico e dei Petrucci.
Delle tirannidi del secolo XV può dirsi in generale, che le maggiori scelleratezze s'accumularono nelle più piccole di esse. Frequentissime in famiglie, i cui membri volevano vivere tutti secondo il loro grado, erano le questioni per causa di eredità: Bernardo Varano da Camerino si sbarazzò coll'assassinio di due fratelli (1434), unicamente perchè i suoi figli ne agognavano le ricchezze.[56] Se in qualche città un tiranno si distingueva per un governo saggio, moderato, alieno dal sangue e per la protezione accordata alla cultura, questi era di regola un discendente di qualche grande famiglia, o almeno ne dipendeva per ragioni politiche. Di questa specie fu, per esempio, Alessandro Sforza principe di Pesaro,[57] fratello del grande Francesco e suocero di Federigo da Urbino (morto nel 1473). Saggio amministratore e giusto ed affabile regnante, costui, dopo una lunga carriera guerresca, ebbe un regno tranquillo, durante il quale raccolse una splendida biblioteca e passò il suo tempo in pie ed erudite conversazioni. Anche Giovanni II dei Bentivogli di Bologna (1462-1506), la cui politica era modellata su quella degli Estensi e degli Sforza, potrebbe essere registrato nel numero di costoro. — Qual brutale ferocia invece non si riscontra nelle famiglie dei Varani di Camerino, dei Malatesta di Rimini, dei Manfredi di Faenza, e soprattutto dei Baglioni di Perugia! — Delle vicende di questi ultimi sul finire del secolo XV noi abbiamo ampie notizie da eccellenti fonti storiche — le cronache del Graziani e del Matarazzo.[58]
I Baglioni erano una di quelle famiglie, la cui signoria non si era mai trasformata in un vero principato, ma consisteva soltanto in una supremazia esercitata dentro la cerchia della città e basata sulle grandi ricchezze e sull'influenza effettiva nel conferimento delle pubbliche dignità. Nell'interno della famiglia uno solo era riguardato come il capo supremo di essa; ma un profondo e nascosto rancore regnava tra i membri de' suoi rami diversi. Di fronte ad essi mantenevasi un partito contrario, composto di nobili capitanati dagli Oddi. Intorno al 1487 tutti erano in armi e le case dei grandi erano piene di bravi: non passava giorno che non si commettesse qualche atto di violenza: nell'occasione che dovea portarsi a seppellire uno studente tedesco, stato quivi ucciso, due collegi si posero in armi l'un contro l'altro, e talvolta i bravi di diverse case venivano a battaglia tra loro sulla pubblica piazza. Indarno i commercianti e gli operai ne movevano lamento: i governatori e i nipoti dei Papi tacevano o se ne andavano al più presto possibile. Da ultimo gli Oddi furono costretti ad abbandonare Perugia, e allora la città si convertì in una fortezza assediata sotto la piena signoria dei Baglioni, ai quali anche il duomo dovette servire di caserma. Le cospirazioni e le sorprese venivano represse con terribili vendette: nell'anno 1491, dopo avere scannato d'un tratto ben cento trenta congiurati introdottisi in città, e dopo averne appeso i corpi alle mura del palazzo del comune, furono alzati sulla pubblica piazza trentacinque altari e per tre giorni vi si fecero celebrar messe e far processioni, per purgare e riconsacrare quel luogo contaminato. Un nipote di Innocenzo VIII fu pugnalato di pieno giorno sulla pubblica via; un altro di Alessandro VI, che vi era stato spedito a metter la pace, dovette ritirarsi sotto il peso del pubblico disprezzo. Per converso, ambedue i capi della casa dominante, Guido e Rodolfo, ebbero frequenti colloqui colla santa e taumaturga monaca domenicana suor Colomba da Rieti, la quale, sotto la minaccia di grandi sventure avvenire, consigliava, ma infruttuosamente, la pace. — In mezzo a tutto ciò il cronista non tralascia anche in questa occasione di mettere in rilievo la devozione e la pietà dei migliori fra i perugini. — Mentre Carlo VIII si avvicinava (1494), i Baglioni e gli esigliati, accampatisi in Assisi e nei dintorni, condussero una guerra di tal natura, che nella pianura interposta tutti gli edifici furono atterrati, i campi rimasero incolti, i contadini si trasformarono in audaci masnadieri, e non solo i cervi, ma i lupi altresì corsero a loro agio quel terreno fatto deserto e vi trovarono gradito pascolo nei cadaveri dei caduti, o, come allora dicevasi, nella «carne cristiana». Quando Alessandro VI nel 1495 fuggì nell'Umbria dinanzi a Carlo VIII, che ritornava da Napoli, trovandosi a Perugia, concepì l'idea di sbarazzarsi per sempre dei Baglioni, e propose a Guido una festa qualunque, un torneo o qualche cosa di simile, per averli tutti insieme nelle sue mani; ma Guido fu pronto a rispondere che «il più bello di tutti gli spettacoli sarebbe stato il vedere riuniti insieme tutti gli uomini d'arme di Perugia»; e allora il Papa rinunziò al suo progetto. Poco dopo gli espulsi tornarono a fare una nuova sorpresa, nella quale i Baglioni non ottennero la vittoria se non in virtù del loro eroismo personale. Fu in quella occasione che Simonetto Baglione, appena diciottenne, tenne fronte con pochi sulla pubblica piazza a parecchie centinaia di nemici e, caduto per più di venti ferite, si rialzò di nuovo a combattere, sino a che accorse in suo aiuto Astorre Baglione, il quale, alto sul suo cavallo e tutto armato di ferro dorato e con un gran falcone sull'elmo, «si slanciò nella mischia pari al Dio Marte nelle gesta e nell'aspetto».
Era quello il tempo, in cui Raffaello, fanciullo allor dodicenne, studiava alla scuola di Pietro Perugino. Forse le impressioni di quei giorni sono riprodotte e fatte eterne nelle sue prime figure in piccolo di S. Giorgio e di S. Michele: forse sopravvive ancora, per non morire mai più, una reminiscenza di esse nella figura dello stesso S. Michele fatta in grande posteriormente; e se Astorre Baglione ha per avventura avuto in qualche cosa la sua apoteosi, non potrebbesi cercarla altrove, fuorchè nella figura del celeste guerriero nel gran quadro di Eliodoro.
Gli avversari parte erano periti, parte per paura si erano allontanati, nè in seguito ebbero più la forza di tentar nuovi attacchi. Dopo qualche tempo seguì una parziale riconciliazione e ad alcuni fu concesso il ritorno. Ma Perugia non ridivenne per questo nè più tranquilla nè più sicura: le discordie interne della famiglia dominante proruppero allora in fatti ancor più spaventevoli. Contro Guido, Rodolfo ed i loro figli Giampaolo, Simonetto, Astorre, Gismondo, Gentile, Marcantonio ed altri sorsero uniti due pronipoti, Grifone e Carlo Barciglia: quest'ultimo era al tempo stesso nipote del principe Varano di Camerino e cognato di uno degli anteriori banditi, Geronimo dalla Penna. Indarno Simonetto, che aveva sinistri presentimenti, scongiurò suo zio a permettergli di uccidere questo Penna: Guido glielo proibì. La cospirazione maturò improvvisamente nell'occasione delle nozze di Astorre con Lavinia Colonna, a mezzo l'estate dell'anno 1500. La festa cominciò e durò alcuni giorni tra sinistri indizi, il cui aumentarsi ci vien descritto egregiamente dal Matarazzo. Il Varano, che era presente, li ingannò tutti: a Grifone con arte diabolica fe' balenare agli occhi la possibilità di regnar solo e lasciò credere vera una supposta tresca di sua moglie con Giampaolo, e quando tutto fu ordito, ad ognuno dei congiurati fu assegnata una vittima da scannare. (I Baglioni aveano tutti abitazioni separate, la maggior parte nel luogo, dove è l'attuale castello). Dei bravi, che erano presenti, ognuno ebbe quindici uomini a' suoi ordini: gli altri furono posti in vedetta. Nella notte del 15 luglio le porte furono forzate e compiuti gli assassinii di Guido, di Astorre, di Simonetto e di Gismondo: gli altri poterono fuggire.
Mentre il cadavere di Astorre giaceva, con quello di Simonetto, sulla pubblica via, gli spettatori «e specialmente gli studenti stranieri» furono uditi paragonarlo con quello di qualche antico romano: tanto imponente e grandioso n'era l'aspetto. In Simonetto essi trovavano l'espressione di un'audacia spinta all'estremo, come se la morte stessa non avesse potuto domarlo. I vincitori si recarono attorno dagli amici della famiglia, cercando di rendersi bene accetti, ma trovarono tutti in lagrime ed occupati a preparar la partenza per fuggire alla campagna. Frattanto quelli dei Baglioni che erano fuggiti, raccolsero genti al di fuori, e poi, con Giampaolo alla testa, penetrarono il giorno seguente nella città, dove altri aderenti, anch'essi minacciati di morte dal Barciglia, s'affrettarono ad unirsi con loro: presso S. Ercolano Grifone cadde nelle mani di Giampaolo, che lo abbandonò a' suoi, perchè lo scannassero; ma il Barciglia ed il Penna riuscirono a fuggire a Camerino presso il promotore principale di quella tragedia, e così in un momento, quasi senza perdita alcuna, Giampaolo si trovò padrone della città.
Atalanta, la bella e ancor giovane madre di Grifone, la quale il giorno innanzi, insieme alla di lui moglie Zenobia e a due figli di Giampaolo, si era ritirata in un podere e avea respinto da sè più volte, non senza lanciargli la sua maledizione materna, il figlio che s'affrettava a raggiungerla, accorse ora colla nuora e cercò del figlio stesso già moribondo. Tutti fecero largo alle due donne: nessuno voleva essere riconosciuto per l'uccisore di Grifone, per non tirarsi addosso gli sdegni della madre. Ma s'ingannavano: ella stessa scongiurò il figlio a perdonare a' suoi uccisori, ed egli morì ribenedetto da lei e riconciliato con tutti. Con reverenza mista di pietà tutti guardavano poscia alle due donne, quando con vesti ancora intrise di sangue attraversarono la piazza. Quest'è quella Atalanta, per la quale più tardi Raffaello dipinse la celebre sua Deposizione. Con quel quadro ella depose il proprio dolore ai piedi della Regina di tutti gli addolorati.