Una strana mescolanza di bene e di male è il carattere prevalente di questi stati italiani del secolo XV. La personalità del principe è sì colta, ed egli si presenta sotto un aspetto talmente importante per la sua posizione e pel compito che si propone,[29] che un giudizio su lui dal punto di vista morale riesce oltremodo difficile.
La base fondamentale della signoria è e rimane illegittima, e vi pesa sopra come una maledizione, che non può cancellarsi. Le concessioni e le investiture imperiali non valgono a mutare un tale stato di cose, perchè il popolo non si cura di sapere, se i suoi padroni abbiano comperato un brano di pergamena in paese straniero o da uno straniero di passaggio per le loro terre.[30] Se gl'imperatori fossero stati utili a qualche cosa, non avrebbero dovuto lasciar sorgere i tiranni: quest'era il ragionamento delle moltitudini non istrutte. Sino dalla spedizione a Roma di Carlo IV gl'imperatori non hanno che sanzionato in Italia le tirannidi sorte senza di essi, ma non poterono guarentirle con altro che con semplici documenti. La comparsa e la dimora di Carlo in Italia non è che una delle più vergognose mascherate politiche, che sieno state; ed ognuno può leggere in Matteo Villani[31] in qual modo i Visconti lo menarono attorno pel loro territorio e da ultimo lo scortarono a' confini, come egli corse da un luogo all'altro a guisa di mercatante girovago per iscambiar con danaro al più presto i suoi privilegi, con che meschino apparato fece il suo ingresso in Roma, e come infine, senza nemmeno avere sfoderato la spada, se ne tornò col sacco pieno al di là delle Alpi.[32] Almeno Sigismondo la prima volta venne con la buona idea (1414) d'indurre papa Giovanni XXIII a prender parte al Concilio, che egli aveva in animo di riunire; e fu appunto in quella circostanza che, trovandosi insieme il Papa e l'Imperatore sull'alto della torre di Cremona per godervi il prospetto di gran parte della Lombardia, al loro ospite Gabrino Fondolo, tiranno della città, passò pel capo il pensiero di farli precipitare al basso ambedue. La seconda volta però anche Sigismondo comparve da vero avventuriere, indugiandosi ben più di mezzo anno a Siena, dove era ritenuto prigioniero qual debitore insolvente, e giungendo poscia a stento in Roma, per farvisi incoronare. Che dovremo dir poi di Federigo III? Le sue discese in Italia hanno l'aria di viaggi di vacanza o di ricreazione fatti a spese di coloro, che desideravano veder confermati con qualche brevetto imperiale i loro diritti, o di quelli che si sentivano solleticati nella loro ambizione di poter dare pomposa ospitalità ad un imperatore. Di quest'ultimi fu Alfonso di Napoli, al quale l'onore della visita imperiale non costò meno di 150,000 fiorini d'oro.[33] In Ferrara, al suo secondo ritorno da Roma (1469), Federico stette chiuso un dì intiero in una sala di udienza, occupato a conferir titoli e dignità (non meno di ottanta); e vi nominò cavalieri, dottori, notari, conti di diverso grado, vale a dir conti palatini, conti col diritto di nominar dottori (anche cinque per volta), di legittimar bastardi, di crear notari ecc.[34] Tutto ciò era gratuito, in apparenza; sennonchè al di lui cancelliere dovevasi un segno di riconoscenza per la redazione dei relativi documenti, riconoscenza che ai ferraresi parve un po' cara.[35] Che cosa pensasse il duca Borso nel vedere il suo imperiale protettore rilasciar tali diplomi e tutta la sua piccola corte fare incetta di titoli, la storia non lo dice. Ma gli umanisti, che allora avevano l'ultima parola in tutto, erano divisi in due schiere, secondochè si trovavano, o no, cointeressati in quel traffico. Perciò, mentre gli uni[36] festeggiavano l'imperatore con quel giubilo convenzionale che era proprio dei poeti della Roma imperiale, il Poggio per contrario non sa più che cosa voglia propriamente significare l'incoronazione: avvegnachè gli antichi non coronassero che gl'imperatori vittoriosi e di niun'altra corona, fuorchè di alloro.[37]
Con Massimiliano I poi comincia, insieme all'intervento generale dei popoli stranieri, una nuova politica imperiale verso l'Italia. Il fatto con cui essa ebbe principio — l'investitura di Lodovico il Moro coll'esclusione dell'infelice suo nipote dal trono — non era di tal natura da poter promettere buona fortuna. Secondo la moderna teoria degli interventi, quando due prepotenti vogliono fare in brani un paese, anche un terzo può farsi innanzi e darvi mano; anche l'impero adunque poteva ora pretendere la sua parte. Ma in tal caso non era più da parlare di diritto, nè di giustizia. Quando Luigi XII era aspettato a Genova (1502) e dal vestibolo della sala maggiore nel palazzo dei Dogi fu tolta l'aquila imperiale per sostituirvi i gigli di Francia, lo storico Senarega[38] chiese dappertutto che cosa propriamente significasse quell'aquila rispettata in tante rivoluzioni, e quali diritti l'Impero avesse su Genova? Nessuno gli seppe rispondere altro, fuorchè l'antico ritornello, che Genova era una camera imperii. E infatti nessuno in generale in Italia avrebbe saputo dare allora una risposta decisiva su tali questioni. Soltanto quando Carlo V fu padrone ad un tempo e dell'Impero e della Spagna, potè con le forze spagnuole far valere le pretese imperiali; ma in fondo ciò che egli per tal modo guadagnò, tornò a profitto, non già dell'Impero, ma bensì della monarchia di Spagna.
Dalla illegittimità politica delle dinastie del secolo XV derivò alla sua volta anche l'indifferenza rispetto alla nascita legittima che agli stranieri, specialmente al Comines, parve tanto maravigliosa. La si considerava quasi come una giunta sopra la derrata. Mentre nelle famiglie principesche del nord, in quella di Borgogna, per esempio, ai figli illegittimi non si assegnavano che determinati appannaggi, come vescovati e simili, e mentre in Portogallo una linea spuria non giungeva a sostenersi sul trono che mediante sforzi inauditi, in Italia invece non v'era casa principesca, che non avesse avuto e pazientemente tollerato nella stessa linea principale qualche rampollo illegittimo. Gli Aragonesi di Napoli erano la linea bastarda della casa, perchè l'Aragona propriamente detta toccò al fratello di Alfonso I. Il grande Federigo di Urbino con ogni probabilità non era un vero Montefeltro. Quando Pio II andò al congresso di Mantova (1459), mossero ad incontrarlo in Ferrara otto discendenti illegittimi della famiglia d'Este, fra i quali lo stesso regnante Borso e due figli illegittimi del suo fratello e predecessore Leonello, ugualmente illegittimo.[39] Inoltre quest'ultimo aveva avuto per legittima moglie una principessa, che propriamente non era che una figlia naturale di Alfonso I di Napoli, avuta da una africana.[40] Gl'illegittimi erano anche di frequente ammessi alla successione, specialmente se i figli legittimi erano minorenni quando qualche pericolo stringeva assai da vicino; e così fu introdotta una specie di seniorato senza ulteriore riguardo alla legittimità o illegittimità della nascita. L'opportunità dell'individuo, il suo merito personale e la forza del suo talento furono qui sempre più forti della legge e delle consuetudini invalse in tutti gli altri paesi d'Occidente. Infatti erano i tempi, in cui si vedevano i figli stessi dei Papi crearsi dei principati! Nel secolo XVI, prevalendo l'influenza degli stranieri e della contro-riforma, che allora incominciava, la cosa destò qualche maggiore scrupolo, e già il Varchi trova che la successione dei figli legittimi «è comandata dalla ragione e sin dai più remoti tempi voluta dal cielo».[41] Il cardinale Ippolito d'Este fondava le sue pretese alla signoria di Firenze sul fatto, che egli probabilmente derivava da un matrimonio legittimo, o in ogni caso era figlio almeno di una madre uscita da nobile stirpe, mentre il duca Alessandro avea avuto per madre una fantesca.[42] Ora cominciano anche i matrimoni morganatici di affezione, che nel secolo XV, per motivi di moralità e di politica, non avrebbero avuto alcun senso.
Ma la più alta e più comunemente ammirata forma dell'illegittimità nel secolo XV è quella del condottiere, il quale — qualunque sia la sua origine — giunge a procacciarsi un principato. In sostanza anche l'occupazione dell'Italia meridionale operata nel secolo XI dai Normanni non era stata altra cosa; ma ora diversi tentativi di questa specie cominciarono a tener la Penisola in perpetue agitazioni. L'insediamento di un condottiero a signore di un paese poteva accadere anche senza usurpazione, ogni qualvolta il principe che lo teneva al suo soldo, mancando di denaro, pattuiva con lui una mercede in uomini e terre,[43] le quali, senza di ciò, ed anche nel caso che licenziasse la maggior parte della sua gente, gli erano necessarie per porvi al sicuro i suoi quartieri d'inverno e le provvigioni più indispensabili. Il primo esempio di un capo di bande provveduto in tal guisa è Giovanni Hawkwood, che dal papa Gregorio XI ottenne Bagnacavallo e Cotignola. Ma quando con Alberigo da Barbiano cominciarono ad apparire sulla scena bande e condottieri italiani, parve anche più prossima l'occasione di procurarsi qualche principato, o, se il condottiere lo possedeva già, quella di allargarlo. Il primo grande trionfo di questa avidità soldatesca fu festeggiato a Milano dopo la morte di Giangaleazzo (1402): il governo de' suoi due figli (v. sopra pag. 19) fu volto principalmente alla distruzione di questi tiranni giunti al potere colla forza della propria spada, e dal maggiore di essi, Facino Cane, i Visconti ereditarono non solo la vedova di lui (Beatrice di Tenda), ma altresì un bel numero di città e 400,000 fiorini d'oro, senza contare gli uomini d'arme del primo marito che Beatrice condusse pure con sè.[44] Da questo tempo in poi prevalse in modo incredibile quel rapporto affatto immorale tra i governi che stipendiavano e i condottieri che si vendevano, che è tanto caratteristico del secolo XV. Un vecchio aneddoto,[45] di quelli che sono veri e non veri in ogni tempo e dovunque, lo dipinge presso a poco così: una volta gli abitanti di una città (pare che s'intendesse Siena) avevano un capitano, che li aveva liberati dall'oppressione straniera: ogni giorno essi si consultavano sul modo migliore di ricompensarlo, e trovavano che nessuna ricompensa, che fosse compatibile colle loro forze, sarebbe stata adeguata, neanche se lo avessero creato signore della loro città. Allora uno di essi si alzò e disse: uccidiamolo e poi adoriamolo come nostro patrono. E così fu fatto, rinnovando il caso di Romolo ucciso dal Senato romano. E veramente da nessuno i condottieri avevano maggior bisogno di guardarsi, quanto dai principi o dai governi, pei quali combattevano; poichè, se vincitori, erano riguardati come pericolosi e fatti uccidere, come toccò a Roberto Malatesta subito dopo la vittoria riportata per Sisto IV (1482); se vinti, si vendicava in loro la sconfitta sofferta, come fecero i Veneziani col Carmagnola (1432).[46] Dal punto di vista morale è un fatto degno di molta considerazione, che i condottieri assai di frequente erano obbligati di dare in ostaggio la propria moglie ed i figli, senza per questo giungere a procacciarsi maggior fiducia da parte degli altri, o sentir cresciuta la propria in questi. Avrebbero dovuto essere eroi d'abnegazione, caratteri della tempra di Belisario, per tenersi puri dall'odio, e solo una bontà interna a tutta prova avrebbe potuto salvarli dal diventare malfattori perfetti. Qual maraviglia adunque se noi li vediamo per la massima parte dispregiatori d'ogni cosa più sacra, pieni di crudeltà e di perfidia contro chiunque, e anche al limitare della morte indifferenti affatto alle scomuniche papali? Ma al tempo stesso in alcuni la personalità e il talento si svilupparono in sì alto grado da imporre a forza l'ammirazione e la riconoscenza dei loro soldati, offrendo così nella storia il primo esempio di eserciti, nei quali la forza impellente è senz'altro il credito personale del duce. Una splendida prova se ne ha nella vita di Francesco Sforza,[47] contro il quale nessun pregiudizio di classe fu mai tanto forte da impedirgli di acquistarsi presso tutti la più grande popolarità e di sapersene giovare a tempo opportuno: si sa infatti che più di una volta i nemici, al solo vederlo, deposero spontaneamente le armi e lo salutarono rispettosamente a capo scoperto, perchè ognuno riconosceva in lui «il padre comune di tutti gli uomini d'arme». Questa famiglia Sforza ha un altro lato interessante, ed è che di essa, più che di qualunque altra, si possono seguire passo passo tutti i tentativi fatti per giungere al principato.[48] Il fondamento di questa fortuna fu la grande sua fecondità: Jacopo, il celebre padre di Francesco, non aveva meno di venti tra fratelli e sorelle, tutti rozzamente allevati in Cotignola, presso Faenza, al sentimento di una di quelle inestinguibili vendette, che sono così frequenti in Romagna, contro la famiglia dei Pasolini. Tutta la casa degli Sforza era trasformata in un arsenale e in un corpo di guardia: la stessa madre e le figlie non respiravano che sentimenti di vendetta e di sangue. Ancor tredicenne Jacopo si tolse di là segretamente per recarsi innanzi tutto a Panicale presso Boldrino, condottiere del Papa, quel medesimo, il quale anche morto continuava a guidar le sue schiere, dandosi la parola d'ordine da una tenda tutta circondata di bandiere, nella quale giaceva imbalsamato il suo corpo, — sino a tanto che si trovò un successore che fosse degno di lui. Jacopo, di mano in mano che co' suoi servigi cresceva in credito e potenza, tirò con sè anche i suoi congiunti e per mezzo di essi si procacciò quei vantaggi, che ad un principe procura sempre una numerosa dinastia. Furono infatti questi congiunti che tennero insieme la sua armata per tutto il tempo ch'egli languì prigioniero nel Castel dell'Uovo a Napoli; e fu sua sorella che fece prigionieri colle stesse sue mani i negoziatori di quella corte, e con questa rappresaglia lo salvò dalla morte. Altri indizii della larghezza delle sue viste si ebbero in questo, che Jacopo in affari pecuniari era scrupolosamente ligio alla parola data, e con ciò si mantenne in credito, anche dopo qualche rovescio, presso tutti i banchieri; che in qualsiasi occasione egli prese sempre le parti del popolo contro la licenza della soldatesca; che non trascorse mai a nessun atto di ferocia contro le città conquistate e, più ancora, che non esitò a dare in moglie ad un altro la celebre sua concubina Lucia (la madre di Francesco), per serbarsi sempre libero di passare, data l'occasione, a nozze principesche. Ed in quest'ultimo riguardo egli andò più oltre, non volendo che neanche i suoi congiunti contraessero unioni non approvate da lui. Nel medesimo tempo egli si tenne sempre lontano dall'empietà e dalla vita perduta e rotta de' suoi compagni d'arme; e quando mandò pel mondo suo figlio Francesco, lo congedò con tre avvertimenti essenzialmente pratici: «non accostarti alla donna altrui; non battere alcuno de' tuoi e se l'hai battuto, allontanalo più che puoi; non cavalcare nessun cavallo di duro freno o che perda volentieri la ferratura». Ma prima d'ogni altra cosa egli era, se non un grande capitano, almeno un grande soldato, e poteva vantarsi di un corpo sano, robusto ed esperto in ogni genere di esercizi; si conciliava la popolarità co' suoi modi franchi e schietti, e possedeva una maravigliosa memoria, che gli faceva ricordare anche dopo molti anni tutti i suoi soldati, lo stato del loro servizio, i loro cavalli ecc. Colto non era che nella letteratura italiana; ma nelle ore d'ozio amava erudirsi nella storia, e fece tradurre dal latino e dal greco molti scrittori per suo uso particolare. Francesco suo figlio, ancor più celebre di lui, volse sin da principio chiaramente tutte le sue mire a crearsi una grande signoria, e con splendidi fatti d'armi e con un tradimento assai destramente mascherato giunse anche a farsi padrone della potente Milano (1447-1450).
Il suo esempio sedusse. Enea Silvio intorno a questo tempo scriveva:[49] «nella nostra Italia, tanto vaga di mutamenti, dove nulla ha stabilità e non sussiste omai più nessuno dei vecchi governi, non è difficile che anche i servi possano divenir re». Uno specialmente che si diceva egli stesso «il figlio della fortuna», preoccupava in allora tutte le menti del paese: Giacomo Piccinino, figlio di Niccolò. Era una questione d'interesse vivissimo e generale quella di sapere, se anche egli riuscirebbe a fondare, o no, un principato. Gli Stati maggiori erano evidentemente interessati ad impedirglielo, ed anche Francesco Sforza trovava che sarebbe stato un vantaggio per tutti, se la serie dei condottieri divenuti sovrani si fosse terminata con lui. Ma le truppe e i capitani spediti contro il Piccinino, specialmente nell'occasione che egli voleva impadronirsi di Siena, trovavano invece che il loro tornaconto stava nel sostenerlo: «se la si fa finita con lui (dicevan essi ad una voce), noi possiam tornarcene a lavorare le nostre terre».[50] Perciò, nel tempo stesso che lo tenevano assediato in Orbetello, lo fornivano essi medesimi di viveri, tanto che egli potè da ultimo uscire da quel frangente a patti onorevolissimi. Ma nemmen per questo riuscì a sottrarsi eternamente al proprio destino. Tutta Italia presentiva già ciò che stava per accadere quand'egli, dopo una visita fatta allo Sforza in Milano (1465), si condusse a Napoli a visitare il re Ferrante. In onta a tutte le garanzie e ai rapporti ch'egli aveva nelle regioni più elevate, quest'ultimo lo fece uccidere nel Castel Nuovo.[51] Anche i condottieri, che possedevano stati pervenuti loro per via di eredità, non furono mai pienamente sicuri: quando Roberto Malatesta e Federigo di Urbino morirono nel medesimo giorno, l'uno a Roma, l'altro a Bologna (1482), avvenne che ognuno di essi, morendo, raccomandava all'altro il suo stato.[52] Il fatto è che contro una classe di persone, che si permetteva tutti arbitrii, tutto sembrava permesso. Francesco Sforza ancor molto giovane s'era sposato ad una ricca ereditiera di Calabria, Polissena Ruffa, contessa di Montalto e n'aveva avuto anche una figlia: — una zia le avvelenò entrambe, per appropriarsi l'eredità.[53]