Tutti questi fatti eccitano assai per tempo il più profondo disprezzo negli scrittori fiorentini d'allora. Già il fasto stesso ed il lusso, col quale i principi cercavano forse non tanto di soddisfare alla propria vanità, quanto d'impressionare la fantasia del popolo, è fatto segno ai loro più amari sarcasmi. Guai se un signore sorto di fresco capita loro tra mano, come fu il caso appunto dell'intruso Doge Agnello da Pisa (1364), che usava uscire a cavallo con uno scettro d'oro in mano e, tornato a casa, mostravasi dalla finestra appoggiato a guanciali e a drappi pure tessuti in oro «a quel modo che soglionsi mostrar le reliquie de' Santi», facendosi servire in ginocchio, quasi fosse un Papa od un Imperatore.[14] Ma più spesso ancora questi vecchi fiorentini assumono un tuono grave e serio. Dante intende e caratterizza egregiamente il lato ignobile e volgare della cupidigia e dell'ambizione dei nuovi principi. «Che cosa vogliono dire le vostre trombe, e i corni e i flauti e le tibie, se non: venite, venite, carnefici, venite, avoltoi?».[15] Il castello della tirannide non s'immagina che in sito eminente ed isolato, riboccante d'insidie e di carceri, vero ricettacolo di miseria e di ribalderìe.[16] Altri predicono sventure a chiunque s'accosti o serva il tiranno,[17] che da ultimo trovano degno esso stesso di compassione, costretto, com'è, ad odiare tutti i buoni e gli onesti, a non fidarsi di chicchessìa e a leggere ad ogni momento in viso a' suoi sudditi la speranza della sua caduta. «A quello stesso modo, scrive M. Villani, che le tirannidi nascono, crescono e si rassodano, così nasce e cresce con loro l'elemento segreto, che deve trarlo a rovina».[18] E tuttavia si tace di ciò che costituiva il più spiccato contrasto tra le città libere e i principati: Firenze infatti tendeva allora a promovere il maggiore sviluppo possibile della individualità, mentre i tiranni non vogliono emergere che essi stessi, con gl'immediati loro aderenti. Il sindacato sulle persone si esercitava in modo rigorosissimo, come ne fanno prova gli uffici allora generalizzati dei passaporti.[19]
Lo spavento e la miseria di tali condizioni assumevano agli occhi dei contemporanei un aspetto ancor più speciale per le superstizioni astrologiche e per l'empietà di taluni fra quei tiranni. Quando l'ultimo dei Carrara non fu più in grado di agguerrire le mura e le porte di Padova spopolata dalla pestilenza e assediata dai Veneziani (1405), gli uomini della sua guardia lo udirono spesso nel silenzio della notte invocare il demonio, «perchè lo uccidesse!».
Il tipo più completo e più istruttivo di queste tirannidi del secolo XIV si ha indubbiamente nei Visconti di Milano, dalla morte dell'arcivescovo Giovanni (1354) in poi. In Bernabò pel primo riscontrasi una quasi somiglianza di famiglia coi più feroci imperatori romani:[20] l'affare di Stato più importante è la caccia dei cinghiali del principe: chi a questo riguardo si permette il più piccolo arbitrio, è messo a morte fra inauditi tormenti: il popolo tremante deve nutrirgli i suoi cinquemila e più cani da caccia, sotto la più stretta responsabilità per la loro salute. Le imposte vengono percette nei modi più odiosi, che si possano immaginare: sette figlie ricevono una dote di 100,000 fiorini d'oro ciascuna, e, in onta a ciò, un enorme tesoro si trova accumulato nelle mani del principe. Alla morte di sua moglie (1384) una notificazione «ai sudditi» intima che, come altre volte essi parteciparono alle gioie del loro signore, così ora devono dividere con lui il dolore, e quindi portare il lutto per un intero anno. — Senza riscontro poi è il colpo di mano, con cui il nipote di lui Giangaleazzo giunse ad averlo nelle sue mani (1385), per mezzo di una di quelle trame ben riuscite, nel riferire le quali trema il cuore anche agli storici più lontani.[21] In Giangaleazzo si vede a gran tratti il tiranno, che aspira soltanto a cose colossali. Egli spese non meno di 300,000 fiorini d'oro in gigantesche opere d'arginatura, per poter divergere a suo talento il Mincio da Mantova e il Brenta da Padova, e togliere così ogni mezzo di difesa a queste due città,[22] e non par lungi dal vero ch'egli abbia pensato altresì ad un prosciugamento delle lagune di Venezia. Fondò la Certosa di Pavia, «il più maraviglioso di tutti i conventi»[23] e il Duomo di Milano, «che in grandezza e magnificenza supera tutte le chiese della cristianità»; e forse anche il palazzo di Pavia, cominciato da suo padre Galeazzo e da lui condotto a compimento, era in allora la più splendida residenza principesca, che vi fosse in Europa. In questo egli trasportò la sua celebre biblioteca e la grande collezione di reliquie sacre, nelle quali egli aveva una fede affatto particolare. Con tali idee sarebbe stato strano che in politica non avesse steso la mano alle più alte corone. Il re Venceslao lo fece duca (1395); ma egli non pensava a meno che al regno di tutta Italia[24] o alla corona d'imperatore, quando invece si ammalò e morì (1402). Si vuole che tutti i suoi Stati presi insieme gli fruttassero in un anno la rendita ordinaria di un milione e dugento mila fiorini d'oro, oltre ad altri 800,000 di sussidi straordinari. Dopo la sua morte, il dominio, che egli con ogni sorta di violenze avea messo insieme, andò in brani, e appena poterono essere conservate le provincie più vecchie che lo componevano. Chi può dire che cosa sarebbero divenuti i suoi figli Giovanni Maria (morto nel 1412) e Filippo Maria (morto nel 1447), se fossero vissuti altrove e con altre tradizioni di famiglia? Ma, come eredi di questa casa, essi ereditarono anche l'enorme cumulo di scelleratezze e vigliaccherie, che vi si era venuto ingrossando di generazione in generazione.
Anche Giovanni Maria alla sua volta va celebre pe' suoi cani, ma non son più cani da caccia, bensì mastini ch'egli aveva addestrati a sbranar uomini vivi, e dei quali ci furono tramandati anche i nomi, come degli orsi dell'imperatore Valentiniano I.[25] Allorquando nel maggio dell'anno 1409, mentre durava ancora la guerra, il popolo affamato gridava sul suo passaggio pace! pace!, egli scatenò su di esso le sue soldatesche, che scannarono duecento persone; e dopo ciò proibì, pena la forca, di pronunciar le parole pace e guerra, e prescrisse perfino agli ecclesiastici di dire nella Messa dona nobis tranquillitatem, in luogo di pacem. Da ultimo alcuni congiurati giovaronsi destramente del momento, in cui il gran condottiere del pazzo duca, Facino Cane, giaceva gravemente infermo a Pavia, e assassinarono Giovanni Maria presso la chiesa di S. Gottardo a Milano; ma il morente Facino fece giurare lo stesso giorno a' suoi ufficiali di sostenere l'erede Filippo Maria, ed egli stesso per di più propose che la moglie sua, Beatrice di Tenda, si sposasse, dopo la sua morte, a quest'ultimo,[26] ciò che si verificò anche ben presto.
Ed in tempi come questi Cola di Rienzo s'immaginava di poter fondare sull'entusiasmo cadente della borghesia già corrotta di Roma un nuovo Stato, che comprendesse tutta l'Italia! In verità che, accanto a tali principi, egli ha l'aria piuttosto di un povero illuso o di un folle.
CAPITOLO III. La Tirannide nel secolo XV.
Interventi e viaggi degl'imperatori. — Loro pretensioni messe in disparte. — Mancanza di uno stabile diritto ereditario. Successioni illegittime. — I condottieri quali fondatori di stati. — Loro rapporti coi propri signori. — La famiglia Sforza. — Progetti del giovane Piccinino e sua caduta. — Posteriori tentativi dei condottieri.
Nel secolo XV la tirannide mostra già un carattere affatto diverso. Molti dei piccoli ed anche alcuni dei grandi tiranni del secolo precedente, come i Della Scala e i Carrara, erano già caduti in basso; i più potenti, arricchiti delle spoglie altrui, si sono riordinati all'interno in modo affatto speciale; Napoli riceve dalla nuova dinastia aragonese un impulso più energico e vigoroso. Ma del tutto caratteristico per questo secolo è lo sforzo dei condottieri per crearsi uno stato indipendente, od anche una corona, ciò che costituisce un passo ulteriore sulla via dei fatti compiuti, un premio elevato all'ingegno e all'audacia. I piccoli tiranni, per assicurarsi un rifugio, si mettono ora al servizio degli stati maggiori e si fanno lor condottieri, il che procaccia loro danaro e impunità per parecchi misfatti, e talvolta anche ingrandimento del loro territorio. Tutti poi, presi insieme, grandi e piccoli hanno bisogno di sforzi maggiori, debbono procedere più circospetti e guardinghi e astenersi da crudeltà troppo immani. In generale non potevano osare che quel tanto di male, che fosse stato necessario per riuscire nei loro scopi; — e questo veniva lor perdonato, almeno da chi non ne restava offeso. Della pietà religiosa, che tornò pure di tanto vantaggio agli altri principi legittimi d'Occidente, qui non si ha traccia veruna; tutt'al più vi si riscontra una specie di popolarità, che però non esce dalle mura della città che serve di residenza: i principi italiani sentono che ciò che deve loro maggiormente giovare, è il freddo calcolo e l'ingegno. Un carattere come quello di Carlo il Temerario, che con impeto cieco tende a scopi destituiti affatto d'ogni pratica utilità, era un vero enigma per essi. «Gli Svizzeri non sono che poveri contadini e quand'anche si uccidessero tutti, sarebbe questa pur sempre una magra soddisfazione pei magnati di Borgogna, che per avventura perissero in tale lotta! Quand'anche il duca giungesse a posseder la Svizzera senza contrasto alcuno, le sue rendite annue non si aumenterebbero nemmeno di 5000 ducati» ecc.[27] Ciò che in Carlo vi era di medievale, le sue fantasie e idealità cavalleresche, non era cosa più comprensibile da lungo tempo in Italia. Quando poi si seppe che co' suoi ufficiali e comandanti usava unire ai rabbuffi gli schiaffi, e tuttavia li teneva al suo servizio, che maltrattava le proprie truppe, per punirle di una disfatta sofferta, e da ultimo, che in presenza di tutto l'esercito sparlava de' suoi consiglieri intimi, — allora tutti i diplomatici del mezzodì lo diedero per ispacciato.[28] Ma da un altro lato Luigi XI, che nella politica superò gli stessi principi d'Italia, e che non cessava di manifestare la sua ammirazione per Francesco Sforza, rimase loro molto al di sotto, colpa la sua volgare natura, in fatto di civiltà e gentilezza.