Per quanto riguarda, prima d'ogni altra cosa, la città di Roma, era già da tempo invalsa la consuetudine di non dare importanza alcuna alle sue agitazioni interne, poichè tanti Papi cacciati da tumulti popolari erano sempre tornati, e i Romani stessi dovevano nel proprio interesse desiderare la presenza della Curia a Roma. Ma non è men vero per questo, che Roma di tempo in tempo non solo si mostrò proclive ad idee più o men radicali,[206] ma nelle cospirazioni che minacciavano la sicurezza dei Pontefici, ubbidì a mani invisibili, che la guidavano dal di fuori. Così accadde, per esempio, nella congiura di Stefano Porcari contro quel Papa, che per l'appunto aveva procurato a Roma i maggiori vantaggi, Nicolò V (1453). Il Porcari mirava ad un rovesciamento della signoria dei Papi in generale, e in ciò avea grandi complici, i quali bensì non vengono nominati,[207] ma devono cercarsi fra i governi italiani d'allora. Sotto lo stesso pontificato Lorenzo Valla chiudeva la sua famosa invettiva contro la donazione di Costantino, augurando l'immediata secolarizzazione dello Stato pontificio.[208]

Anche la congrega di cospiratori, colla quale ebbe a lottare Pio II (1495), non nascondeva che il suo scopo era in generale la caduta del dominio dei preti, e il capo di essa, Tiburzio, ne riversava la colpa sui profeti, che gli avevano promesso l'adempimento di quel suo desiderio in quello stesso anno.[209] Parecchi grandi romani, il principe di Taranto e il condottiero Jacopo Piccinino n'erano complici e promotori. E se si ripensa al ricco bottino, che ad ogni momento poteva riguardarsi come pronto nei palazzi dei maggiori prelati (i congiurati aveano messo gli occhi specialmente sui tesori del cardinale di Aquileja), sorprenderà piuttosto che in una città quasi sempre così priva di sorveglianza tali tentativi non fossero invece più frequenti e più fortunati. Non per nulla Pio II risiedeva più volentieri dovunque, anzichè a Roma, ed anche Paolo II ebbe a provare nel 1468 un forte spavento per una congiura, supposta o reale, di questa specie[210]. I Pontefici dovevano o quando che sia soggiacere a tali assalti, o domare colla forza le fazioni dei grandi, sotto la protezione dei quali simili rapaci tentativi venivano ogni dì più aumentando.


E questo fu appunto il compito che si propose il terribile Sisto IV. Egli fu il primo ad aver Roma e il suo territorio quasi compiutamente nelle sue mani, massimamente dopo la persecuzione inflitta ai Colonnesi, e per questo potè anche, sì negli affari della Chiesa, come in quelli della politica italiana, procedere con tanta franchezza di fronte alle lagnanze e perfino alle minaccie di convocare un Concilio, che venivano dall'occidente. I mezzi necessarii li forniva una simonia, che tutto ad un tratto cominciò ad eccedere ogni misura, e alla quale soggiacevano tanto le nomine dei cardinali, quanto quelle dei dignitari inferiori, nonchè le grazie o concessioni di qualsiasi specie[211]. Sisto stesso non avea potuto ottenere la dignità papale senza ricorrere ad un tal mezzo.

Era naturale che una corruzione così universalmente estesa dovesse quando che sia tirare addosso alla sedia papale disastrosissime conseguenze; ma queste in allora sembravano ancora molto lontane. Diversamente invece andò la cosa rispetto al nepotismo, che minacciò perfino un momento di rovesciare dai cardini il Pontificato. Fra tutti i nipoti, il cardinale Pietro Riario fu quegli, che in sulle prime godeva il maggiore e quasi l'esclusivo favore di Sisto, nel tempo stesso che del suo nome riempiva tutta l'Italia, sia pel suo lusso smodato, sia per le voci che correvano sulla sua empietà e sulle sue mire politiche.[212] Egli s'accordò col duca Galeazzo Maria di Milano (1473), allo scopo che questi dovesse diventar re della Lombardia ed aiutar poi lui con danaro e con uomini a salire sul trono papale al suo ritorno in Roma: Sisto, a quanto sembra, glielo avrebbe ceduto spontaneamente.[213] Questo progetto, che sarebbe riuscito ad una secolarizzazione dello Stato pontificio mediante l'ereditarietà del trono, fallì poi per la morte subitanea di Pietro. Il secondo nipote, Girolamo Riario, non abbracciò lo stato ecclesiastico e non toccò quindi il Pontificato; ma dopo di lui i nipoti dei Papi tennero in continui scompigli l'Italia con gli sforzi che fecero per procacciarsi un gran principato. Per lo innanzi alcuni Papi aveano tentato di far valere la loro supremazia feudale su Napoli a favore dei loro congiunti;[214] ma, dopochè ciò non era riuscito neanche a Calisto III, non era il caso di più pensarvi, e Girolamo Riario, deluso anche nel tentativo di assoggettar Firenze (e chi sa in quanti altri progetti), dovette accontentarsi di fondare una Signoria nello Stato stesso della Chiesa. Fino ad un certo punto la cosa poteva giustificarsi col dire che la Romagna, co' suoi principi e tiranni sparsi per le città, minacciava già di svincolarsi compiutamente dalla supremazia papale, che essa in breve avrebbe potuto divenir preda degli Sforza o dei Veneziani, se Roma non si appigliava a questo spediente. Ma chi, in tempi simili e in tali condizioni, si sarebbe fatto mallevadore di un'obbedienza durevole da parte di tali nipoti divenuti sovrani o dei loro discendenti verso Papi, coi quali non avessero più alcun vincolo di parentela? Perfino i Papi ancora viventi non erano sicuri dei propri figli o nipoti, perchè troppo prossima era la tentazione di cacciare il nipote di un predecessore per sostituirvi il proprio. Il contraccolpo di questo stato di cose sul Papato stesso costituiva un pericolo gravissimo: esso si trovava, cioè, costretto ad usar tutti i mezzi coercitivi, anche gli spirituali, per uno scopo dei più equivoci, al quale dovevano subordinarsi tutti gli altri della sedia papale; e se l'intento era raggiunto con tali mezzi e fra l'odio di tutti, si creava una dinastia, che avrebbe avuto il più grande interesse alla caduta del Papato.

Quando Sisto morì, Girolamo non potè sostenersi nel principato usurpato (Imola e Forlì) se non a gran fatica e soltanto colla protezione e l'aiuto della famiglia Sforza, dalla quale usciva sua moglie. Ora nel Conclave successivo (1484), — nel quale fu eletto Innocenzo VIII, — si vide un fatto, che somigliava quasi ad una nuova garanzia esterna del Papato, vale a dire due cardinali di case regnanti, che per denaro e dignità si lasciarono vergognosamente corrompere: Giovanni d'Aragona, figlio del re Ferrante, ed Ascanio Sforza, fratello del Moro.[215] Così almeno le due case di Napoli e di Milano s'interessavano, per amor del bottino, al mantenimento della signoria papale. Anche nel Conclave seguente, nel quale tutti i cardinali simoneggiarono, ad eccezione di soli cinque, Ascanio si lasciò nuovamente corrompere con forti donativi, non senza riserbarsi però la speranza di divenir Papa egli stesso un'altra volta.[216]

Lorenzo il Magnifico dal canto suo desiderava altresì che la casa Medici non andasse colle mani vuote. Egli diè in moglie sua figlia Maddalena al figlio del nuovo Papa, Franceschetto Cybo, e s'attendeva non solo ogni specie di favori per suo figlio Giovanni (il futuro Leone X), ma anche un sollecito innalzamento del genero.[217] Però, quanto a quest'ultima speranza, egli pretendeva l'impossibile. Sotto Innocenzo VIII non era il caso di veder sorgere quell'audace nepotismo, che fondava Stati, appunto. per questo che Franceschetto era uomo di scarso ingegno e, al pari del Papa suo padre, non era sollecito d'altro che di godere la potenza nel modo il più grossolano, specialmente accumulando enormi somme di danaro[218]. Tuttavia la maniera, colla quale il padre e il figlio condussero quell'affare, alla lunga non avrebbe mancato di riuscire ad una pericolosissima catastrofe, lo scioglimento dello Stato.

Se Sisto s'era arricchito colla vendita di ogni sorta di grazie e di dignità, Innocenzo e suo figlio eressero addirittura una banca di grazie temporali, nella quale, dietro il pagamento di tasse alquanto elevate, poteva ottenersi l'impunità per qualsiasi assassinio e delitto: di ogni ammenda cento cinquanta ducati ricadevano alla Camera papale, il di più a Franceschetto. E così Roma, come era naturale, negli ultimi anni specialmente di questo pontificato, formicolava d'ogni parte di assassini protetti e non protetti: le fazioni, la cui repressione era stata la prima opera di Sisto, rialzarono il capo in modo spaventoso: ma il Papa, chiuso e ben custodito nel Vaticano, non si preoccupava d'altro, che di porre qua e là qualche agguato, per farvi cader dentro malfattori, che avessero mezzi di ben pagare. Per Franceschetto la questione principale era di sapere come avesse potuto piantar tutti con quanti più tesori poteva, nel caso che il Papa venisse a morire. Egli si tradì una volta nell'occasione che di questa morte, omai aspettata, corse una falsa notizia (1490); addirittura egli voleva portare con sè tutto il danaro esistente nelle casse, e quando quelli stessi che lo circondavano, glielo impedirono, volle almeno che lo seguisse il principe turco Zizim, che egli riguardava come un capitale vivente da potersi cedere per avventura a patti vantaggiosissimi a Ferrante di Napoli.[219] Egli è sempre malagevole il voler calcolare tutte le eventualità politiche di un'epoca omai remota: ma qui sorge da sè la domanda: come Roma sarebbe stata in grado di sostenersi con due o tre pontificati di questo genere? Di fronte poi all'Europa niuna maggiore imprudenza che lasciar andare le cose tant'oltre, che non soltanto i viaggiatori e i pellegrini, ma un'ambasceria intera spedita da Massimiliano, re dei Romani, fu in prossimità di Roma assalita e spogliata così completamente, che taluni degl'inviati tornarono addietro senza nemmeno aver toccato le porte della città!


Alessandro VI, uomo dotato di attitudini non comuni, salì al potere coll'idea di goderlo nel pieno significato della parola (1492-1503): e siccome con questa idea non poteva certamente conciliarsi uno stato di cose, quale lo abbiamo descritto, il primo suo atto fu l'immediato ristabilimento della pubblica sicurezza e il puntuale pagamento di tutti gli stipendi.