Rigorosamente parlando, noi potremmo qui pretermettere questo Pontificato, appunto perchè non parliamo che delle diverse forme che assunse la civiltà italiana, e i Borgia non erano italiani più di quello che lo fosse la casa allora regnante di Napoli. Alessandro, parlando in pubblico con Cesare, si serviva sempre della lingua spagnuola: Lucrezia al suo ingresso in Ferrara (dove portò le mode spagnuole) fu festeggiata da buffoni pure spagnuoli: di spagnuoli si compose il servidorame più fidato della famiglia, nonchè le bande famigerate di Cesare nella guerra del 1500, e pare che lo stesso suo carnefice, don Micheletto, e il suo avvelenatore Sebastiano Pinzon sieno stati anch'essi spagnuoli. Finalmente anche Cesare, fra le altre sue gesta, si mostrò vero spagnuolo, quando atterrò, secondo tutte le regole dell'arte, sei tori selvaggi in campo chiuso. La corruzione soltanto, di cui questa famiglia sembra la personificazione vivente, non potrebbe dirsi portata a Roma da essa, quando già, come vedemmo, vi preesisteva e in sì larga misura.

Di questi Borgia e delle loro gesta molto e in più modi fu scritto. Il loro scopo immediato era l'assoggettamento completo dello Stato della Chiesa, e lo ottennero in fatto, schiacciando tutti i piccoli signori — più o meno impotenti vassalli della Chiesa — o annientandoli,[220] e togliendo di mezzo in Roma le due grandi fazioni che la padroneggiavano, gli Orsini che la pretendevano a Guelfi, i Colonnesi che avrebbero voluto passare per Ghibellini. Ma i mezzi, di cui si fece uso, furono così spaventevoli, che il Papato necessariamente avrebbe dovuto andare in rovina, se un avvenimento incidentale (l'avvelenamento contemporaneo del padre e figlio) non avesse improvvisamente mutato la faccia delle cose. — Vero è che all'indegnazione che sorgeva dalle coscienze di tutto l'Occidente, Alessandro non avea bisogno di badare gran fatto: intorno a sè egli sapeva farsi temere e rispettare: i principi stranieri si lasciavano comperare e Luigi XII specialmente gli prestò ogni ajuto possibile; e quanto alle popolazioni, esse non avevano nemmeno un sentore di quanto accadeva nell'Italia di mezzo. L'unico momento veramente pericoloso, nell'approssimarsi di Carlo VIII, passò contro ogni aspettazione felicemente, e d'altronde anche allora non trattavasi del Papato come tale,[221] ma di una deposizione di Alessandro per far luogo ad un Papa migliore. Il massimo e durevole e sempre crescente pericolo pel Pontificato stava in Alessandro stesso e più ancora in suo figlio Cesare Borgia.

Nel padre l'ambizione, l'avidità e la depravazione erano congiunte con un'indole energica, e con tendenze assai splendide. Tutti i godimenti che può dar la potenza, egli volle goderli sino dal primo giorno e in ampia misura. Nella scelta dei mezzi che doveano condurlo al suo scopo, egli non si mostrò mai titubante: sin dalle prime tutti seppero che egli non intendeva di rifarsi soltanto dei sacrificii fatti per ottenere il Papato[222], ma voleva senz'altro che la simonia dell'acquisto fosse ampiamente sorpassata dalla simonia delle vendite. S'aggiungeva poi che Alessandro, in virtù degli ufficii di vice-cancelliere ed altri da lui anteriormente coperti, conosceva meglio d'ogni curiale tutti i mezzi possibili di far danaro. Nè egli nominò mai nessun cardinale senza un deposito anticipato di somme considerevoli. — Del resto sin dal 1494 un carmelitano, Adamo da Genova, che a Roma aveva osato predicare contro la simonia, fu trovato morto nel suo letto con ben venti ferite.


Ma quando il Papa col tempo cadde sotto il dominio del proprio figlio, i mezzi violenti presero quel carattere veramente infernale, che necessariamente reagisce perfin sugli scopi. Ciò che si fece nelle lotte coi grandi di Roma e coi tiranni delle Romagne supera, in linea di crudeltà e di perfidia, quanto di peggio commisero gli Aragonesi di Napoli, con questo di più che le arti, con cui si tradiva, erano assai più raffinate. Affatto spaventevole è il modo, con cui Cesare giunse ad isolare il padre, togliendo di mezzo il fratello, il cognato ed altri congiunti e cortigiani, non appena il favore che essi godevano presso il Papa e la loro posizione suscitarono in lui qualche ombra di gelosia, Alessandro fu spinto al punto di dare il suo consenso all'uccisione del figlio suo prediletto, il duca di Gandia,[223] perchè tremava per sè stesso dinanzi a Cesare.

Ora quali erano i segreti disegni di quest'ultimo? Ancora negli ultimi mesi della sua signoria, quando egli appunto aveva finito di sterminare i condottieri a Sinigaglia ed era di fatto divenuto padrone dello Stato della Chiesa (1503), ripetevasi abbastanza modestamente da chi lo avvicinava, che egli non voleva sottomettere se non le fazioni e i tiranni, e ciò solo a vantaggio della Chiesa, ritenendo per sè tutt'al più la Romagna, e che quindi non gli sarebbe mancata la riconoscenza anche di tutti i Papi futuri, ai quali rendeva il più grande servigio, abbattendo gli Orsini e i Colonna.[224] Ma chi potrebbe ammettere che questo realmente fosse l'ultimo suo pensiero? Un po' più apertamente una volta si espresse Papa Alessandro in una conversazione avuta coll'ambasciatore veneziano, mentre raccomandava suo figlio alla protezione della Repubblica: «io voglio fare in modo, diss'egli, che un giorno il Papato tocchi o a lui o alla vostra Repubblica».[225] Veramente Cesare aggiunse, che non doveva divenir Papa, se non colui che avesse avuto l'assenso di Venezia, e che a tal uopo i cardinali veneziani non aveano bisogno che di star bene uniti e compatti. Nessuno è in grado di dire, se egli con tali parole intendesse alludere a sè medesimo; ma, in ogni caso, le espressioni del padre bastano bene a provare quali fossero le sue idee circa l'occupazione del trono papale. Qualche ulteriore indizio ci viene per via indiretta da Lucrezia Borgia, potendosi presumere che certi passi delle poesie d'Ercole Strozza non sieno che l'eco di espressioni, alle quali ella, come duchessa di Ferrara, può benissimo essersi lasciata andare. Anche qui innanzi tutto si parla dell'intendimento di Cesare di farsi Papa,[226] ma in mezzo a ciò traluce altresì qualche cosa che alluderebbe ad una sperata signoria su tutta l'Italia,[227] e sulla fine si accenna al fatto che Cesare, qual principe secolare, macchinava cose grandissime e per questo anche avea deposto una volta il cappello cardinalizio.[228] Infatti non è a dubitare che Cesare, fosse eletto Papa o no dopo la morte di Alessandro, pensava a conservare per sè ad ogni costo lo Stato della Chiesa, e che egli, dopo tutte le scelleratezze commesse, più facilmente poteva sperare di sostenersi come principe, che come Papa. Nessuno più di lui sarebbe stato in grado di secolarizzare lo Stato,[229] e nessuno più di lui avrebbe dovuto farlo, se voleva continuare a tenerlo. Se noi non c'inganniamo affatto, questo sarebbe il motivo principale della segreta simpatia, che il Machiavelli manifesta per questo grande ribaldo: o Cesare, o nessuno sarebbe stato capace di «estrarre il ferro dalla ferita», vale a dire, di annientare il Papato, causa di tutti gl'interventi e fonte di tutte le divisioni d'Italia. — Gl'intriganti che credevano d'indovinare le mire di Cesare, quando gli facevano balenare agli occhi la possibilità di regnare sulla Toscana, furono respinti sdegnosamente, a quanto sembra, da lui medesimo.[230]

Ma forse tutte le logiche deduzioni che si tirano da tali promesse, riescono vane, — non tanto per una speciale genialità satanica, di cui altri lo volle fornito, ma che in lui non v'era, come non v'era, per esempio, nel duca di Friedland; bensì, perchè i mezzi, di cui egli si servì, erano di quelli che in generale non si conciliano con nessuna maniera pienamente logica di agire in grande. E nessuno può dire se, quando l'eccesso dei mali avesse raggiunto l'ultimo limite, una prospettiva di salute non si sarebbe nuovamente dischiusa pel Papato anche senza quell'eventualità, che affatto casualmente pose fine alla sua signoria.

Quand'anche si voglia ammettere che la distruzione di tutti i piccoli signori sparsi qua e là nello Stato della Chiesa avesse procacciato a Cesare le simpatie universali, e quand'anche si volesse altresì far servire di prova ai suoi grandiosi disegni la scelta schiera di ufficiali e soldati (i migliori d'Italia, con Leonardo da Vinci alla testa del Genio), ch'egli nel 1503 riuscì a chiamare sotto le sue bandiere, — ci son tuttavia troppi altri fatti di brutale ferocia, che contrastano apertamente con tali supposizioni e che rendono incerto il nostro giudizio su lui, come fu quello dei contemporanei. Tali sono, per esempio, le devastazioni, alle quali egli lasciò in preda lo Stato da lui appena conquistato[231] e che pur pensava di conservare e di governare: tali sono altresì le condizioni, a cui furono ridotte Roma e la Curia negli ultimi anni di quel pontificato. Sia che padre e figlio avessero preparato una vera lista di proscrizione,[232] sia che le uccisioni sieno state comandate separatamente, certo è che i Borgia agirono di conserva per togliere di mezzo segretamente tutti coloro, che comecchessia fossero loro d'inciampo o dei quali essi agognassero farsi eredi. In questi casi essi non si preoccupavano più che tanto dei capitali e dei beni mobili delle loro vittime, quanto, e assai più, delle loro rendite personali provenienti dagli ufficii coperti, che il Papa era sollecito di tener lungamente vacanti per goderne i proventi, e ch'egli poi rivendeva a nuovi aspiranti a prezzi assai elevati. L'ambasciatore veneziano Paolo Capello nell'anno 1500 riferiva al Senato:[233] «ogni notte si hanno a Roma quattro o cinque uccisioni di vescovi, prelati ed altri dignitari, tanto che tutta la città trema di essere a poco a poco uccisa dal duca (Cesare)». Questi s'aggirava notturno per le vie accompagnato da' suoi,[234] e non tanto, a quel che pare, per nascondere, come Tiberio, il viso divenuto deforme, quanto e assai più per soddisfare la sua pazza sete di sangue anche su persone del tutto a lui sconosciute. Ancor nell'anno 1499 la disperazione per tali fatti era divenuta sì grande ed universale, che il popolo, rotto ogni ritegno, assalì e scannò parecchi della guardia del Papa.[235] Ma chi andava salvo dal ferro dei Borgia, non riusciva poi a sottrarsi al loro veleno. In quei casi, nei quali sembrava necessaria una certa discrezione, usarono essi di quella polvere candida come neve e piacevole al gusto,[236] che non uccideva istantaneamente, ma a poco a poco, e poteva inavvertitamente mescolarsi con ogni cibo e con ogni bevanda. Il principe Zizim n'avea già fatto il saggio prima di essere consegnato da Alessandro a Carlo VIII (1495), e sulla fine della loro carriera si avvelenarono con essa il padre e il figlio, avendo per isbaglio bevuto del vino destinato ad un ricco cardinale. Il compendiatore ufficiale della storia dei Papi, Onofrio Panvinio,[237] cita i nomi di tre cardinali, che Alessandro fece avvelenare (Orsini, Ferrerio e Michiel), e tocca altresì di un quarto, che Cesare s'era incaricato di spacciare per proprio conto (Giovanni Borgia); ma in generale può dirsi che quasi nessun prelato alquanto ricco non morì a Roma in quel tempo, senza che sulla sua morte non si elevassero sospetti di questo genere. L'implacabile veleno raggiunse perfino qualche pacifico scienziato, che avea creduto evitarlo ritirandosi in qualche oscura città di provincia.

Intanto intorno al Papa le cose cominciarono a non andar più così allegramente come prima: fulmini e tempeste, che fecero crollare pareti e stanze, lo avevano già visitato anteriormente e colmatolo di spavento: ed ora che questi fenomeni si rinnovavano (1500), tutti credettero che Satana stesso ci avesse parte, e la dicevano «cosa diabolica».[238] La voce di questi fatti sembra abbia cominciato a diffondersi fra i popoli nell'occasione del Giubileo dell'anno 1500 che fu frequentatissimo;[239] e il traffico scandaloso che allora si fece delle indulgenze, fece il resto e richiamò l'attenzione di tutti sulle ignominie di Roma.[240] Oltre ai pellegrini che tornavano alle loro case, si vedevano passar le Alpi strani penitenti in lunghi abiti bianchi e tra essi alcuni incappucciati fuggiaschi dello Stato pontificio, i quali assai probabilmente non avranno taciuto. Ma chi potrebbe dire sino a qual punto avrebbe dovuto giungere lo scandalo e l'indignazione di mezza Europa, prima che per Alessandro ne sorgesse un immediato pericolo? «Egli avrebbe, dice Panvinio altrove,[241] avvelenato anche gli altri cardinali e prelati, ch'erano in voce di ricchi, per divenir loro erede, se, in mezzo ai grandi progetti che macchinava pel figlio, la morte non lo avesse sorpreso». E che cosa avrebbe fatto Cesare, se nel momento in cui morì suo padre, non si fosse egli pure trovato infermo sul letto di morte? Qual Conclave non sarebbe stato quello, dal quale egli, forte di tutti i mezzi, di cui poteva disporre, fosse uscito Papa per l'elezione di un collegio di cardinali convenientemente ridotto a furia di veleno, in un momento in cui non c'era neanche da temere la vicinanza delle armi francesi? La fantasia si perde in un abisso, qualora soltanto si provi a tener dietro ad una somigliante ipotesi.