Sotto Clemente VII l'orizzonte di Roma si copre di gravidi vapori somiglianti a quel plumbeo velo di nebbia sciroccale, che talvolta vi rende così pericolosi gli ultimi mesi d'estate. Il Papa è inviso ai vicini e ai lontani: gli uomini più gravi crollano tristamente il capo[254], e infrattanto sulle pubbliche vie e sulle piazze s'affacciano eremiti a presagire la rovina d'Italia, anzi del mondo intero, e a stigmatizzare col nome di Anticristo il Papa medesimo[255]:la fazione colonnese solleva arditamente il capo in atto di sfida: l'indomabile cardinale Pompeo Colonna, la cui presenza soltanto è una minaccia permanente pel Papato[256], tenta una sorpresa su Roma (1526) nella speranza di poter, coll'aiuto di Carlo V, cingere senz'altro la tiara, non appena Clemente fosse caduto vivo o morto nelle sue mani. Per Roma non fu di nessun vantaggio, che quest'ultimo abbia potuto trovare un rifugio in Castel S. Angelo; ma la sorte, alla quale egli stesso era serbato, poteva ben dirsi peggiore della morte, alla quale ora sfuggì.

Con una serie di quelle menzogne, che sono sempre permesse ai forti, ma che recano la rovina ai deboli, Clemente provocò la venuta delle truppe austro-spagnuole comandate dal Borbone e da Frundsberg (1527). Egli è fuor d'ogni dubbio che il gabinetto di Carlo V meditava di prendere del Papa una fiera vendetta[257], e che l'imperatore non poteva prevedere anticipatamente quanto oltre nel loro zelo sarebbero andate le orde che aveva assoldate, ma non pagava. L'arrolamento pressochè gratuito non avrebbe potuto effettuarsi in Germania, se non si avesse saputo che si doveva marciare contro Roma. Forse si ritroveranno quando che sia le istruzioni date in questa occasione al Borbone, e può darsi anche che esse suonino più miti di quanto ora si possa supporre; ma la storia non si lascerà travolgere per questo a men severi giudizii. Fu una fortuna pel cattolico re e imperatore che nè il Papa, nè alcuno dei cardinali sia stato ucciso dalle sue genti. Se ciò fosse accaduto, nessun sofisma al mondo avrebbe potuto salvarlo da una gravissima responsabilità. Ma l'uccisione di innumerevoli persone delle infime classi e la spogliazione delle altre ottenuta colla tortura o coll'infame mercato, che se ne fece, mostrano ad esuberanza fino a qual punto fu permesso di spingere le atrocità nel sacco di Roma.

Carlo V voleva, a quanto pare, far condurre il Papa, che si era nuovamente rifugiato in Castel S. Angelo, a Napoli, dopo avergli estorto enormi somme, e se Clemente invece riuscì a fuggire ad Orvieto, non pare che ciò sia seguito per nessuna connivenza da parte degli Spagnuoli[258]. Se poi Carlo abbia, almeno per un momento, pensato alla secolarizzazione dello Stato della Chiesa (alla quale l'opinione pubblica[259] omai era preparata), e se nel fatto egli se ne sia poi lasciato distogliere dalle rimostranze di Enrico VIII, è un enigma, che non potrà mai essere messo in chiaro.

Ma se anche tali intendimenti erano in lui, non furono certo di lunga durata; e intanto dalla desolazione stessa della città sorge uno spirito di riforma, che promette una completa restaurazione della Chiesa e del principato. Il primo a presentirla fu il cardinal Sadoleto[260]: «Se col nostro dolore, egli scrive, noi diamo una dovuta soddisfazione allo sdegno e alla giustizia di Dio, se queste terribili punizioni ci aprono la via a migliorare le nostre leggi e i costumi, noi forse potremo dire che la nostra sventura non fu la maggiore, che ci potesse cogliere.... Di ciò che è di Dio, abbia cura Dio stesso; ma noi abbiamo dinanzi a noi una via di miglioramento, dalla quale nessuna violenza potrà farci deviare: volgiamo adunque i nostri pensieri e le nostre azioni all'unico fine di cercare il vero splendore del sacerdozio e la vera grandezza e potenza in Dio solo».

E nel fatto questo terribile anno 1527 fruttò almeno questo, che la voce degli uomini più gravi e assennati non cadde inascoltata affatto, come tante altre volte. Roma avea troppo sofferto per poter pensare a tornar, nemmeno sotto il pontificato di un Paolo III, l'allegra e corrotta Roma di Leon X.

Tosto dopo manifestossi pel Papato, fatto segno di tante umiliazioni, una simpatia d'indole in parte politica e in parte religiosa. I monarchi non potevano permettere che un loro uguale si arrogasse l'ufficio di carceriere privilegiato del Papa, e nell'intento di ridonare a quest'ultimo la sua libertà conclusero per l'appunto il trattato di Amiens (18 agosto 1527). Con ciò essi ottennero almeno di far ricadere sull'imperatore tutta l'odiosità dei fatti testè commessi dalle truppe imperiali. Ma contemporaneamente all'imperatore creavansi serii imbarazzi anche in Ispagna, dove i prelati ed i grandi lo tempestavano di rimostranze, quante volte era lor dato di avvicinarlo. E quando si parlò di una dimostrazione generale del clero e della cittadinanza, che minacciavano di presentarsi a lui in forma solenne e in abito di gramaglia, egli se ne spaventò, temendo si rinnovassero le scene della insurrezione delle comunità poco prima domata, e volle che a qualunque costo fosse impedita.[261] Egli non poteva adunque, nemmen volendo, prolungare più oltre la persecuzione contro il Papato, anzi, prescindendo anche dalla politica estera, trovavasi imperiosamente costretto a riconciliarsi con esso al più presto possibile, molto più che non volle mai tener conto nè in questa, nè in altre occasioni, dello stato dell'opinione pubblica in Germania, che per vero gli avrebbe additato un'altra via da tenere. Finalmente non è neanche impossibile, come opinava un veneziano,[262] che la ricordanza del sacco di Roma gli pesasse sull'anima come un rimorso, e che appunto per questo egli abbia sollecitato quell'ammenda, che doveva essere suggellata con lo stabile assoggettamento dei Fiorentini sotto la tirannide de' Medici. Quasi a conferma di ciò, una figlia naturale dell'imperatore fu data in moglie al nuovo duca Alessandro.

In seguito Carlo, coll'idea del Concilio, tenne sempre il Papato nella sua soggezione, e potè ad un tempo medesimo proteggerlo ed opprimerlo. Ma il maggior pericolo, la secolarizzazione, e propriamente quella che dovea partire dal di dentro, vale a dire dai Papi e dai loro nipoti, era eliminato per più secoli per opera della Riforma. Nella stessa maniera che essa sola rese possibile la spedizione contro Roma (1527), fu anche causa che il Papato sentisse il bisogno di essere l'espressione vivente di una potenza mondiale nel campo delle coscienze, obbligandolo a porsi alla testa di tutti i nemici di qualsiasi innovazione e a rialzarsi dalla sua gran caduta ad una vita di moto e d'azione. Ed invero, la gerarchia, che negli ultimi anni di Clemente VII e sotto i pontificati di Paolo III e di Paolo IV e dei loro successori a poco a poco e in mezzo alla defezione di mezza Europa si venne formando, fu una gerarchia affatto nuova e rigenerata, la quale innanzi tutto si affrettò a togliere i maggiori e più pericolosi scandali interni, e massimamente il nepotismo avido di ingrandimenti,[263] e poscia, sostenuta da tutti i principi della cattolicità e portata da un impulso religioso del tutto nuovo, fece ogni sforzo per riacquistare quanto aveva perduto. Essa andò debitrice di tutta questa energia a quei medesimi che l'avevano abbandonata: in un certo senso si può dunque affermare con tutta verità, che il Papato sotto il punto di vista morale dovette la sua salvezza a' suoi stessi nemici. E con la spirituale si venne poi rassodando, benchè sotto l'assidua sorveglianza spagnuola, anche la potenza temporale, tanto da accampare in ultimo il privilegio della inviolabilità, e così le fu possibile, allo spegnersi de' suoi vassalli (le linee legittime degli Estensi e dei Della Rovere), costituirsi erede incontrastata dei due ducati di Ferrara e di Urbino. Per converso senza la Riforma — se si potesse astrarre da essa — tutto lo Stato della Chiesa sarebbe passato da lungo tempo in mani secolaresche.

CAPITOLO XII. L'Italia dei patriotti.

Prima di chiudere, ci sia permesso un brevissimo sguardo al contraccolpo di questo stato di cose sullo spirito della nazione in generale.

Nessuno durerà fatica a persuadersi che la incertezza delle condizioni politiche, nelle quali si trovò l'Italia nel secolo XIV e nel XV, dovesse naturalmente destare sentimenti di patriottico sdegno e di aperta opposizione in tutti gli uomini privilegiati di attitudini superiori. Dante e il Petrarca ancora al loro tempo parlano di un'Italia unita,[264] alla quale devono tendere gli sforzi di tutti. Si oppone, è vero, da taluni che questo non fu che un entusiasmo di pochi spiriti colti, di cui la nazione intera non mostrò nemmeno di accorgersi; ma a costoro si potrebbe domandare se a quel tempo la nazione tedesca si sarebbe condotta diversamente, quantunque, di nome almeno, non le mancasse l'unità ed avesse un capo visibile e universalmente riconosciuto nell'imperatore? Le prime voci patriottiche della letteratura tedesca (se si eccettuino pochi versi dei menestrelli) non si odono che in bocca agli umanisti del tempo di Massimiliano I,[265] e non sembrano che un'eco delle declamazioni degl'Italiani. Eppure la Germania aveva avuto una nazionalità, quale l'Italia non possedeva più sino dal tempo dei Romani. La Francia va debitrice della coscienza della sua unità nazionale principalmente alle lotte ch'ebbe a sostenere contro gl'Inglesi, e la Spagna per lungo tratto di tempo fu così sorda a questo sentimento, che non fu in grado nemmeno di aggregarsi il Portogallo, che pur le è tanto affine. Per l'Italia l'esistenza dello Stato della Chiesa e le condizioni, nelle quali soltanto esso poteva esistere, crearono un ostacolo permanente alla sua unificazione, ostacolo, la cui eliminazione non parve pressochè mai sperabile. Che se anche, in onta a ciò, qua e colà nelle corrispondenze politiche del secolo XV si parla con qualche enfasi della patria comune, ciò non accade, pur troppo, che per provocare il dispetto di qualche altro Stato pure italiano.[266] I richiami veramente serii e profondamente tristi al sentimento nazionale non si odono di nuovo che nel secolo XVI, quando era già troppo tardi, e Francesi e Spagnuoli avevano inondato il paese.