Ma anche i sudditi non andarono del tutto esenti dal risentire un impulso simile. Senza tener conto di quelli che consumarono la loro vita in congiure segrete e in tentativi di resistenza, menzioneremo coloro, che si rassegnarono a rimaner chiusi nella vita privata, forse come la maggior parte degli abitanti delle città nell'Impero bizantino o negli Stati maomettani. Certamente deve essere stato più volte assai difficile, per esempio, ai sudditi dei Visconti il mantenere la dignità della propria casa e della loro stessa persona, e innumerevoli sono coloro che hanno dovuto scontare con la schiavitù la fierezza di quello, che strettamente suol dirsi carattere morale di un uomo. Ma quanto al carattere individuale, ossia all'originalità e specialità delle tendenze di ognuno, la cosa andava diversamente, perchè in mezzo all'universale impotenza politica si spiegavano tanto più forti e molteplici le diverse direzioni della vita privata. Ricchezza e cultura, in quanto possano mostrarsi in piena luce e gareggiare fra loro, congiunte con una libertà municipale ancora abbastanza larga, e con una Chiesa, la quale non era, come a Costantinopoli e nel mondo islamitico, una cosa identica con lo Stato, — tutti questi elementi presi insieme favorivano senza dubbio la formazione di una opinione individuale, cui l'assenza stessa delle lotte di partito forniva agio ed opportunità a svilupparsi. Non è dunque improbabile che l'uomo privato, indifferente alla politica e dedito tutto alle sue occupazioni in parte professionali e in parte affatto accessorie, si sia per la prima volta venuto formando sotto queste tirannidi del secolo XIV. Ma sarebbe follia il pretendere di trovarne testimonianze esplicite e documentate; i novellieri, dai quali potrebbe attendersi in proposito almeno qualche cenno, ci parlano bensì di uomini originali e bizzarri, ma sempre da un solo punto di vista e unicamente in relazione al racconto, che si accingono a dare: ed, oltre a ciò, il teatro dell'azione presso di loro è quasi sempre nelle Repubbliche.


Anche in queste ultime lo sviluppo del carattere individuale era promosso al pari che nei Principati, ma in guisa affatto diversa. Quanto più frequentemente i partiti si scambiavano fra loro la signoria, tanto più forte gli uomini che li componevano, sentivano la tentazione di sfruttare il potere e talvolta di abusarne. Egli è appunto per tal modo che nella storia fiorentina[271] gli uomini politici e i caporioni del popolo acquistano una personalità così spiccata, che altrove non si riscontra se non in via al tutto eccezionale in un uomo solo, in Jacopo d'Arteveldt.

Ma gli uomini dei partiti soccombenti venivano spesso a trovarsi in una condizione simile a quella dei sudditi dei tiranni, con questo di più che la libertà o la signoria già gustate, e forse anche la speranza di riacquistar l'una e l'altra, davano al loro individualismo uno slancio più ardito. Appunto fra questi uomini condannati ad un ozio involontario trovasi, per esempio, un Agnolo Pandolfini (morto nel 1446), il cui trattato «Del governo della famiglia»[272]è il primo programma di una vita privata portato al massimo suo sviluppo coll'aiuto della educazione. Il raffronto ch'egli fa tra i doveri di un privato e le incertezze e le molestie della vita pubblica,[273] merita di essere riguardato, nel suo genere, come un vero monumento del suo tempo.


Ma ciò che sopra ogni altra cosa ha la forza o di logorare un uomo o di portarlo al massimo grado del suo sviluppo, è l'esiglio. «In tutte le nostre città più popolate, scrive Gioviano Pontano,[274] noi vediamo una moltitudine di persone, le quali spontaneamente hanno abbandonato la loro patria; ma le virtù si ponno portare con sè dovunque». Ed era vero: quegli uomini non erano semplici fuggiaschi banditi dalla loro patria, ma l'avevano abbandonata di proprio impulso, perchè le condizioni politiche ed economiche di essa erano divenute omai insopportabili. I Fiorentini emigrati a Ferrara e i Lucchesi rifugiatisi a Venezia costituivano delle vere colonie.

Il cosmopolitismo, che si manifesta negli esuli più colti, è l'individualismo portato al suo più alto grado. Dante, come abbiamo già accennato (pag. 103), trova una nuova patria nella lingua e nella cultura di tutta Italia, ed anzi va ancora più in là ed esclama: «la mia patria è il mondo intero!»[275] — E quando gli fu offerto di tornare a Firenze, ma a condizioni ignominiose, egli rispondeva: «non posso io contemplare la luce del sole e delle stelle dovunque? Non posso io meditare dovunque le più alte verità, senza perciò presentarmi oscuramente, anzi vituperosamente dinanzi al mio popolo ed alla mia città? Un pane non sarà per mancarmi in nessun luogo, nè mai».[276] Con fiero orgoglio alzano più tardi la voce anche gli artisti, affermando la propria libertà indipendentemente dal luogo ove si trovano. «Colui che è ricco di cognizioni, dice il Ghiberti,[277] non è, anche fuori di patria, straniero in nessuna parte del mondo: anche privo de' suoi beni e abbandonato dagli amici, egli è pur sempre cittadino in qualunque città, e può senza timore sprezzare la instabilità della fortuna». E in modo non molto diverso anche un umanista fuggiasco scriveva: «dovunque un dotto fissa la sua dimora, quivi ei trova tosto una patria».[278]

CAPITOLO II. Perfezionamento dell'individualità.

Gli uomini multilateri. — Gli uomini universali. Leon Battista Alberti.

Uno sguardo molto acuto e profondamente versato nella storia della civiltà non durerebbe fatica a seguir passo passo nel secolo XV lo svolgersi successivo di individualità per ogni verso perfette. Vero è che nessuno potrebbe dir con certezza, se tali individualità sieno giunte a quell'armonico accordo del lato interno col lato esterno della loro vita in conseguenza di un solo atto fermo e deliberato della loro volontà, o non anche per un fortunato concorso di favorevoli circostanze: ma, ad ogni modo, è fuor d'ogni dubbio che molte vi giunsero, almeno per quanto ciò è conciliabile coll'imperfezione della natura umana. E se, per dare un esempio, è assolutamente impossibile il fare una distinzione esatta di ciò che Lorenzo il Magnifico dovette alla fortuna, da ciò che gli proveniva dalle proprie doti e dal proprio carattere, nell'Ariosto invece (e specialmente nelle Satire) si ha il caso contrario, il caso cioè di una potente individualità, nella quale cospirano mirabilmente la dignità dell'uomo e l'orgoglio del poeta, l'ironia e la passione, il sarcasmo e la benevolenza.